Daniela Martin è una fotografa, art director e libera professionista che racconta le donne e i vini che incontra attraverso le fotografie, con delicatezza: “Non vado in cerca di immagini perfette, ma di quelle necessarie”
Se ci pensate, è più facile che le cose acquistino un senso solo dopo che le abbiamo vissute. Ecco perché le storie sono preziose. “Credo che ogni donna, che coltivi grappoli o passioni, custodisca una storia che merita di essere narrata”, dice Daniela Martin, che per mestiere ha scelto di raccontare le storie delle donne e dei vini che incontra. Come? “Osservo, ascolto e poi traduco quella storia in un linguaggio che per me è fatto di immagini. Non cerco l’immagine perfetta, ma l’immagine necessaria. Mi interessa l’autenticità. E se nel vino riconosciamo la terra da cui veniamo e il tempo che ci attraversa, nella fotografia io cerco esattamente la stessa cosa: un istante di verità in cui, per un attimo, possiamo riconoscerci“. Quella di Daniela Martin, fotografa, art director e libera professionista, protagonista dell’ottava storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.
Cercare l’immagine necessaria: l’importanza dell’autenticità oltre la perfezione
Daniela lavora come freelance dal 2007, attraversando territori diversi – letteralmente, tra Italia ed Egitto, dalla direzione artistica al fotogiornalismo – e restando fedele a un’unica urgenza: raccontare storie vere. “La forma di racconto che più prediligo è il reportage”, dice e spiega subito cosa significa questo per lei: “Cerco immagini che raccontino il vero e, allo stesso tempo, mi piace cercare quella piccola crepa che alleggerisce la narrazione. Perché la verità non è mai monocorde: come un buon vino, ha profondità, ma anche leggerezza È il mio modo di restituire rispetto a ciò che racconto attraverso la fotografia”.
Mi interessa l’autenticità. Non cerco l’immagine perfetta, ma l’immagine necessaria
Spazio, tempo e luce sono la materia invisibile del suo lavoro. E sono anche elementi imprescindibili nel percorso di affinamento del vino. Ma è con il buio che Daniela ha un legame particolare, “Sono coraggiosa e il buio non mi ha mai spaventata. Anzi, lo considero necessario. Nel buio i tempi si dilatano, lo spazio quasi si dissolve. È una condizione sospesa, in cui l’occhio è costretto ad ascoltare e attendere. Il buio è un’attesa fertile. È il luogo dove qualcosa sta per accadere”, come il mistero che abita il ventre di una madre e le botti in cui il vino riposa. E se lontano dalla luce si compie il mistero, “è con la luce tutto acquista movimento”, dice Daniela, che aggiunge che per lei da sempre fotografare sigifica abitare uno spazio per un tempo preciso, e scegliere come la luce o la sua assenza possano raccontarlo. Così, appare chiaro come per lei il vino e la fotografia condividono il potere di creare uno spazio di incontro tra le persone. “Condividere cibo e vino significa condividere tempo e il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo: stare a tavola, condividere una bottiglia, è un momento di confronto, di convivialità, a volte di intimità assoluta”.

Come si raccontano storie vere
La stessa intimità che è necessaria anche per raccontare la storia di qualcuno. Delicatezza, farsi domande e dialogo, sono i punti fermi di Daniela nel suo lavoro. “Delicatezza, per me, è una forma di forza: significa saper entrare in relazione senza invadere. Mettersi in discussione significa poi restare vive, accettare che ogni incontro possa cambiare il nostro punto di vista. Credo molto nella contaminazione, nel confronto aperto, nella possibilità di fondere pensieri diversi in un unico progetto, in un’unica storia. Quando ognuno porta il proprio sguardo, la propria voce, la propria storia e li mette al servizio di una visione comune. In fondo, ciò che amo delle persone è proprio questo: la loro capacità di essere autentiche“.

Daniela ha scelto le immagini per raccontare le storie con cui entra in contatto. “La soddisfazione più grande arriva quando sono le altre persone a riconoscere come mia una fotografia: in quel momento, capisco che il mio linguaggio esiste davvero, che non è solo un’intuizione privata”. La cosa più difficile, invece, è tenere insieme i due poli del lavoro autonomo: la parte creativa e quella amministrativa. L’ispirazione e i numeri. L’istinto e le scadenze. “È un equilibrio continuo tra ricerca estetica e organizzazione, tra visione e gestione concreta. Essere una libera professionista significa non potersi permettere di abitare solo la dimensione poetica del proprio mestiere. Ma questa oscillazione costante tra mente pratica e mente creativa è anche ciò che mi costringe a confrontarmi, a non adagiarmi, a trovare soluzioni: un aspetto che negli anni è diventato un tratto importante del mio carattere”.
So che in ogni volto c’è un racconto che aspetta di essere riconosciuto

Raccontare chi fa il vino: è un atto di fiducia nel tempo e nella condivisione
Anche chi produce vino lavora con una materia viva, imprevedibile, che è la natura. Questa componente di rischio, di attesa, di fiducia, è ciò che Daniela sente più affine al suo modo di approcciarsi alla vita. Come fotografa, infatti, anche lei lavora con variabili che non è possibile controllare del tutto: la luce che muta, un gesto che accade una sola volta, un’espressione che non si ripete perché, semplicemente, è già stata. “Raccontare chi fa vino significa raccontare di un atto di fiducia nel tempo. Mi interessa raccontare queste persone forse proprio perché mi assomigliano. Producono qualcosa che non è solo per sé, ma per gli altri. Il vino nasce per essere condiviso: è un atto generoso. E credo che sia proprio questo il punto di contatto più profondo tra me e chi fa vino: la capacità di ascoltare ciò che accade, di accettare l’imprevisto e trasformarlo in valore”.

“Il mio modo di lavorare assomiglia a una vendemmia perché richiede tempo, ascolto, presenza”, dice Daniela, che insiste sui suoi punti fermi – delicatezza, dialogo, le domande giuste – e ci ricorda che non si può forzare una persona ad aprirsi, come non si può forzare un grappolo a maturare prima che sia il tempo giusto. “La fotografia, per me, è stata prima di tutto un’urgenza: un modo per dire ciò che a parole non riuscivo a esprimere. Con il tempo, ho capito che ciò che davvero raccolgo sono tracce: frammenti di identità, di storia, di lavoro. Come chi raccoglie l’uva sa che in ogni grappolo c’è già il vino che verrà, io so che in ogni volto c’è un racconto che aspetta di essere riconosciuto”.



















