daniela martin fotografa vino donne

Raccontare la propria storia è un atto di autenticità che dobbiamo a noi stesse

Daniela Martin è una fotografa, art director e libera professionista che racconta le donne e i vini che incontra attraverso le fotografie, con delicatezza: “Non vado in cerca di immagini perfette, ma di quelle necessarie”

Se ci pensate, è più facile che le cose acquistino un senso solo dopo che le abbiamo vissute. Ecco perché le storie sono preziose. “Credo che ogni donna, che coltivi grappoli o passioni, custodisca una storia che merita di essere narrata”, dice Daniela Martin, che per mestiere ha scelto di raccontare le storie delle donne e dei vini che incontra. Come? “Osservo, ascolto e poi traduco quella storia in un linguaggio che per me è fatto di immagini. Non cerco l’immagine perfetta, ma l’immagine necessaria. Mi interessa l’autenticità. E se nel vino riconosciamo la terra da cui veniamo e il tempo che ci attraversa, nella fotografia io cerco esattamente la stessa cosa: un istante di verità in cui, per un attimo, possiamo riconoscerci“. Quella di Daniela Martin, fotografa, art director e libera professionista, protagonista dell’ottava storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Cercare l’immagine necessaria: l’importanza dell’autenticità oltre la perfezione

Daniela lavora come freelance dal 2007, attraversando territori diversi – letteralmente, tra Italia ed Egitto, dalla direzione artistica al fotogiornalismo – e restando fedele a un’unica urgenza: raccontare storie vere. “La forma di racconto che più prediligo è il reportage”, dice e spiega subito cosa significa questo per lei: “Cerco immagini che raccontino il vero e, allo stesso tempo, mi piace cercare quella piccola crepa che alleggerisce la narrazione. Perché la verità non è mai monocorde: come un buon vino, ha profondità, ma anche leggerezza È il mio modo di restituire rispetto a ciò che racconto attraverso la fotografia”.

Mi interessa l’autenticità. Non cerco l’immagine perfetta, ma l’immagine necessaria


Spazio, tempo e luce sono la materia invisibile del suo lavoro. E sono anche elementi imprescindibili nel percorso di affinamento del vino. Ma è con il buio che Daniela ha un legame particolare, “Sono coraggiosa e il buio non mi ha mai spaventata. Anzi, lo considero necessario. Nel buio i tempi si dilatano, lo spazio quasi si dissolve. È una condizione sospesa, in cui l’occhio è costretto ad ascoltare e attendere. Il buio è un’attesa fertile. È il luogo dove qualcosa sta per accadere”, come il mistero che abita il ventre di una madre e le botti in cui il vino riposa. E se lontano dalla luce si compie il mistero, “è con la luce tutto acquista movimento”, dice Daniela, che aggiunge che per lei da sempre fotografare sigifica abitare uno spazio per un tempo preciso, e scegliere come la luce o la sua assenza possano raccontarlo. Così, appare chiaro come per lei il vino e la fotografia condividono il potere di creare uno spazio di incontro tra le persone. “Condividere cibo e vino significa condividere tempo e il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo: stare a tavola, condividere una bottiglia, è un momento di confronto, di convivialità, a volte di intimità assoluta”.

foto daniela martin donna che ride
foto di Daniela Martin

Come si raccontano storie vere

La stessa intimità che è necessaria anche per raccontare la storia di qualcuno. Delicatezza, farsi domande e dialogo, sono i punti fermi di Daniela nel suo lavoro. “Delicatezza, per me, è una forma di forza: significa saper entrare in relazione senza invadere. Mettersi in discussione significa poi restare vive, accettare che ogni incontro possa cambiare il nostro punto di vista. Credo molto nella contaminazione, nel confronto aperto, nella possibilità di fondere pensieri diversi in un unico progetto, in un’unica storia. Quando ognuno porta il proprio sguardo, la propria voce, la propria storia e li mette al servizio di una visione comune. In fondo, ciò che amo delle persone è proprio questo: la loro capacità di essere autentiche“.

foto daniela martin per Consorzio Vini Lugana
foto di Daniela Martin per Consorzio Vini Lugana

Daniela ha scelto le immagini per raccontare le storie con cui entra in contatto. “La soddisfazione più grande arriva quando sono le altre persone a riconoscere come mia una fotografia: in quel momento, capisco che il mio linguaggio esiste davvero, che non è solo un’intuizione privata”. La cosa più difficile, invece, è tenere insieme i due poli del lavoro autonomo: la parte creativa e quella amministrativa. L’ispirazione e i numeri. L’istinto e le scadenze. “È un equilibrio continuo tra ricerca estetica e organizzazione, tra visione e gestione concreta. Essere una libera professionista significa non potersi permettere di abitare solo la dimensione poetica del proprio mestiere. Ma questa oscillazione costante tra mente pratica e mente creativa è anche ciò che mi costringe a confrontarmi, a non adagiarmi, a trovare soluzioni: un aspetto che negli anni è diventato un tratto importante del mio carattere”.

So che in ogni volto c’è un racconto che aspetta di essere riconosciuto

foto di Daniela Martin per Fongaro
foto di Daniela Martin per Fongaro

Raccontare chi fa il vino: è un atto di fiducia nel tempo e nella condivisione

Anche chi produce vino lavora con una materia viva, imprevedibile, che è la natura. Questa componente di rischio, di attesa, di fiducia, è ciò che Daniela sente più affine al suo modo di approcciarsi alla vita. Come fotografa, infatti, anche lei lavora con variabili che non è possibile controllare del tutto: la luce che muta, un gesto che accade una sola volta, un’espressione che non si ripete perché, semplicemente, è già stata. “Raccontare chi fa vino significa raccontare di un atto di fiducia nel tempo. Mi interessa raccontare queste persone forse proprio perché mi assomigliano. Producono qualcosa che non è solo per sé, ma per gli altri. Il vino nasce per essere condiviso: è un atto generoso. E credo che sia proprio questo il punto di contatto più profondo tra me e chi fa vino: la capacità di ascoltare ciò che accade, di accettare l’imprevisto e trasformarlo in valore”.

foto di Daniela Martin per Consorzio Vini Trentino
foto di Daniela Martin per Consorzio Vini Trentino


“Il mio modo di lavorare assomiglia a una vendemmia perché richiede tempo, ascolto, presenza”, dice Daniela, che insiste sui suoi punti fermi – delicatezza, dialogo, le domande giuste – e ci ricorda che non si può forzare una persona ad aprirsi, come non si può forzare un grappolo a maturare prima che sia il tempo giusto. “La fotografia, per me, è stata prima di tutto un’urgenza: un modo per dire ciò che a parole non riuscivo a esprimere. Con il tempo, ho capito che ciò che davvero raccolgo sono tracce: frammenti di identità, di storia, di lavoro. Come chi raccoglie l’uva sa che in ogni grappolo c’è già il vino che verrà, io so che in ogni volto c’è un racconto che aspetta di essere riconosciuto”.

patrizia leuzzi stylist le storie di un corpo

Appunti di una fashion stylist: quando il Girl Power dà una marcia in più

Sulla maternità e su quante storie può raccontare un corpo, se si impara ad ascoltarlo. Patrizia Leuzzi, Fashion Stylist di ELLE Italia, ci racconta i retroscena del suo lavoro e che lavorare con le donne è “come lavorare con un’orchestra”, dove ciascuna riesce ad armonizzarsi con le altre in vista di un obiettivo comune

“Nel mio lavoro lavoro tanto a contatto con i corpi”. Esordisce così Patrizia Leuzzi, Fashion Stylist di ELLE Italia, che abbiamo incontrato mentre sta rientrando al lavoro dopo la sua prima maternità. Un nuovo capitolo della storia della vita di una donna in cui – si riesce facilmente a immaginare anche se non ci si è passate – naturalmente il corpo cambia e con esso cambia anche il modo in cui veniamo percepite dalle altre persone, il modo in cui occupiamo lo spazio, fisico, quando la pancia cresce, ma anche sociale, quando, di colpo, il nostro corpo risulta “interessante”.

Con Patrizia, che nel suo lavoro seleziona abiti e accessori per creare look in grado di valorizzare i corpi delle persone, parliamo proprio di questo: di corpi, di corpi che raccontano storie e di come funziona quella tensione continua tra immagine e apparenza, tra realtà e sogno, che rende efficace uno styling. “La moda spinge a cercare il bello dovunque. Ti proietta ogni volta in un mondo nuovo, ti racconta storie di posti magici sparsi per il mondo e di nuove idee, senza aver necessariamente bisogno di parole”. Quella di Patrizia Leuzzi è la settima storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Come riesci a capire in che modo valorizzare il corpo che hai di fronte, così che possa raccontare la sua storia?

“Ho imparato che spesso i corpi parlano in silenzio“, ci dice Patrizia “possono raccontare storie felici, ma anche avere segni che non parlano affatto di felicità. Sicuramente sono lo specchio dell’anima e dicono tanto sulle esperienze che hanno attraversato e che li hanno segnati. Penso spesso che, non avendone uno di riserva, un corpo vada nutrito in tutti i sensi“. La storia che racconta un corpo, secondo Patrizia, parte dagli occhi. “In tanti anni, ho imparato che gli occhi non mentono mai e raccontano davvero tanto, anche quello che a volte vorremmo nascondere. Subito dopo (grazie alla mia miopia cronica), ho sviluppato una grande capacità olfattiva e faccio sempre molto affidamento su quello che mi racconta l’odore di una persona“. Esattamente come quando si degusta un vino, che si parte prima da quello che si vede nel bicchiere – il colore, il modo in cui la luce gioca con il liquido, la consistenza – e poi quello che si sente, prima con il naso – sa di fiori? sa di frutta? sa di sale, di bosco o di mare? – e solo alla fine con la bocca.

“La mia regola d’oro quando devo individuare lo styling giusto per la donna che ho di fronte è fare ricerca, sognare, immaginare e ancora ricercare“, nella ricerca costante dell’equilibrio tra ascolto e immaginazione. A partire dal corpo.

Sei da poco diventata madre: che cosa ti ha insegnato il tuo corpo che si è trasformato durante la maternità?

“Da quando sono stata catapultata in questo, per me nuovo, ruolo di madre, mi sento la responsabile full time di un cucciolo d’uomo bisognoso di cure costanti. E l’ansia da prestazione è stata una costante”, ci racconta Patrizia, che si trova nel pieno di quella delicata fase di transizione, in cui, dopo aver fatto esperienza di cosa significa diventare madre, ora sta riprendendo nuovamente il ruolo sociale della donna lavoratrice. In questo periodo, i suoi sogni sono rivolti al piccolo arrivato da poco “Sogno di potermi sentire sempre all’altezza delle sue aspettative”.

Che sogni hai invece per tuo figlio,?

Prima che nascesse, Patrizia ci confida di aver pensato spesso a cosa avrebbe sognato per lui. “Temevo di non potergli promettere in futuro dei sogni all’altezza dei suoi desideri”, ci confida. Ma, ora che da qualche mese ha travolto le sue giornate con i suoi bisogni e la sua dolce simpatia ha le idee molto più chiare: “Mi ripeto spesso come un mantra che il mio più grande sogno – che però resta al tempo stesso la mia più grande paura di non riuscirci – è quello di riuscire a donare al mondo un animo gentile, un uomo che ama e rispetta le donne e la vita“. Essere madre di un maschio oggi è davvero una grande responsabilità. In questo senso, cosa sogni per le donne che ti capita di incontrare? “Sogno che le donne possano trovare la loro strada e scegliere il lavoro dei loro sogni. Sogno davvero che possano uscire e vivere, vivere senza paura, realizzarsi e ridere sorseggiando sempre un calice di buon vino“.

Patrizia, che come stylist di un magazine femminile lavora moltissimo con le donne, ha molto da dire su questo. “Lavorare con le donne è come stare in un’orchestra, in cui tutti i suoni trovano naturalmente la giusta collocazione, come in un concerto da ricordare. Oltre a orientare le proprie visioni in vista di un obiettivo comunque” aggiunge “le donne sono accomunate solitamente anche dalla caparbietà nel portare a termine i progetti e da un inarrestabile entusiasmo. Il Girl Power ci dà sempre una marcia in più”.

Cristina Mercuri prima donna Master of Wine italiana durante una degustazione professionale

Perché siamo contente per la nomina di Cristina Mercuri a prima Master of Wine italiana

Un traguardo che cambia la rappresentatività di genere nel mondo del vino

Da due giorni la notizia che Cristina Mercuri è la prima donna italiana a diventare Master of Wine popola tutti i nostri feed, con buona pace delle Olimpiadi, del Fantasanremo e della neve in Oltrepò. Ci siamo emozionate anche noi nel vederla apprendere la notizia al telefono in lacrime di gioia, nel salotto di casa, circondata dalle persone che le vogliono bene. Raggiungere un traguardo dopo tanti anni di studio, è sempre bellissimo. Farlo come prima donna italiana, come ha detto anche Mercuri stessa, “è da medaglia d’oro”.

Perché la nomina di Cristina Mercuri a Master of Wine è una notizia che riguarda tutte

Quando una donna (e, attenzione, non #unadonnaacaso, perché Mercuri questo traguardo l’ha raggiunto studiando e superando ben tre esami) è la prima a fare qualcosa, non sta solo vincendo una sfida personale: sta aprendo una porta anche per tutte le altre. La nomina di Cristina Mercuri come prima donna Master of Wine italiana è questo: un segnale potente di rappresentatività. Perché se fino a ieri quel titolo poteva sembrare un club esclusivo per uomini – i Master of Wine italiani fino a ieri erano tre maschi e i due terzi dei Master of Wine a livello internazionale sono uomini – oggi ha un volto diverso.

Secondo lo studio sull’importanza dei role model femminili di Beaman, Duflo, Pande e Topalova, pubblicato su Science ormai nel lontano 2012, quando le donne assumono ruoli di leadership o di rilievo, questo cambia la percezione di tutte le altre. In altre parole, vedere una donna in ruoli fino a quel momento a esclusivo appannaggio maschile rende più concreto ciò che le ragazze immaginano possibile per sé. E quando cambia l’immaginario, anche il mondo inizia a cambiare in uno scambio virtuoso: più ragazze, professioniste, comunicatrici, enologhe e appassionate possono pensare “posso farlo anch’io”.

Cristina Mercuri Master of Wine italiana role model femminile nel settore enologico

Come si diventa Master of Wine: un percorso tosto (e molto selettivo)

Diventare Master of Wine è un percorso lungo a livello internazionale. I gradi sono tre scanditi da esami anche molto complessi che mirano a testare la profonda conoscenza del vino e delle tecniche produttive e di degustazione: il primo prevede un esame con degustazione alla cieca e un saggio; il secondo si compone di quattro giorni di prove tra degustazioni e esami scritti; il terzo, quello finale, è una tesi di ricerca che viene valutata da una commissione specializzata. Nel mondo, a febbraio 2026, i Master of Wine attivi sono 422, di cui solo un terzo sono donne.

“Ora possiamo urlare più forte!”

Cristina Mercuri si è approcciata al percorso con la stessa disciplina e determinazione che l’hanno resa avvocata più di dieci anni fa, quando ha scelto di lasciare la carriera legale in uno studio internazionale per dedicarsi al vino. Ci è capitato di incontrarla qualche mese fa alla presentazione di un cantina al femminile che stava aprendosi alla produzione di vini dealcolati: con lei abbiamo parlato di come le sfide nel mondo del vino oggi siano molteplici e di come le donne possono trovare in queste nuove tendenze degli spazi per dire la propria e portare la propria visione. Siamo contente del suo risultato perché può ispirare tante altre a intraprendere strade che finora non avevamo considerato. E siamo curiose di vedere dove ci porterà il prossimo futuro. Con lo stesso spirito che lei stessa, il giorno della sua nomina, ha rinnovato dicendo: «Ci hanno sempre detto di stare al nostro posto… da oggi possiamo urlare più forte». Ecco perché il suo traguardo è anche un po’ nostro, se sapremo farlo fiorire: perché crea spazio, voce e futuro.

francesca gonzales

La bellezza di cambiare

E poi un bicchiere di vino, una crescentina, una passeggiata in collina e un pizzico di magia. Dopo aver deciso di mollare tutto e cominciare una nuova vita, di nuovo, Francesca Gonzales ci ha parlato della bellezza di cambiare, anche quando la paura è grande

Forse non è vero che i gatti hanno nove vite. Ma Francesca Gonzales sì. La incontriamo all’inizio della sua vita numero cinque. Da Sassuolo a Milano e ritorno, dopo aver lavorato nelle vendite, nel marketing, nella comunicazione e aver aperto un blog di cucina (“perché mi annoiavo!”) a 46 anni ha deciso di mollare tutto. Un’altra volta. Ignorando quel che per la maggior parte delle persone è un fatto – cioè che dopo i quaranta è più facile considerarsi “alla fine” delle cose – oggi è una Digital Coach Umanista e del suo lavoro dice che “lavorare con le donne soprattutto, con le loro storie, la loro motivazione e la loro forza, è impagabile”. Con lei abbiamo parlato della bellezza di cambiare, anche quando la paura è grande. Il segreto? “Imparare ad ascoltarsi“. Quella di Francesca Gonzales è la sesta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

“Sono nata a Sassuolo, ho studiato Belle Arti a Bologna, poi ho lavorato e vissuto per vent’anni tra Torino e Milano, occupandomi di vendite, eventi, content marketing e digital marketing per una multinazionale televisiva. Nel frattempo avevo anche aperto un blog di cucina… perché mi annoiavo!” ci racconta Francesca Gonzales. “Nel 2021 ho deciso di mollare tutto. Mi sono presa un periodo di pausa per capire cosa volevo e ripartire da me”. Francesca allora ha 46 anni e da lì vive da sola un anno e mezzo a Roma, città dove aveva sempre voluto vivere e che si è data la possibilità di esplorare. Lì realizza un altro sogno nel cassetto “ho frequentato un master di coaching umanistico e sono tornata a casa, in Emilia, tornando simbolicamente al punto di partenza e ho iniziato a lavorare soprattutto con le donne. Un viaggio di andata e ritorno che amo festeggiare con un bicchiere di vino in mano!”.

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne

Ogni volta che hai cambiato vita, come hai fatto a capire che era il momento giusto?

“Per me il cambiamento non è mai stato qualcosa di programmato: è sempre stato un’esigenza che arrivava da dentro, una necessità. Vivo ogni momento come una nuova esperienza che mi permette di crescere, fare esperienza e rinnovarmi. Credo che sia così per tutti: la differenza, secondo me, sta nel riuscire ad ascoltarsi“. E il tempo che passa? “Ho imparato a viverlo come necessario per mettere a frutto e avviare i processi del cambiamento. Vivo e mi gusto il percorso, come se fosse una crescentina (o tigella, come forse la conoscete voi), che è un po’ il mio cibo simbolo, perché è un cibo semplice, che chiama le persone a sedersi insieme. Dentro può contenere ripieni diversi, ma alla fine, gira e rigira, riempio sempre la prima e l’ultima di pesto di lardo, aglio e rosmarino. Perché alcune cose, anche dopo mille cambiamenti, restano casa“.

Ma tu non hai paura di cambiare?

“Certo che ho paura. Quest’anno, per esempio, ho scoperto la paura di restare senza soldi mentre ristrutturavo casa, mentre l’anno scorso temevo per la mia vita affrontando una brutta polmonite. Ho passato momenti davvero difficili, ma quello che ho capito grazie a queste esperienze è che non dobbiamo forzarci a scacciare le paure a tutti i costi: è più utile viverle e ascoltarle quando arrivano. La paura fa parte della nostra vita, esattamente come la felicità. Dobbiamo attraversare tutte le emozioni, perché sono quelle che ci rendono umane”.

Cosa aiuta quando ci sentiamo bloccate dalla paura?

“Sono tanti anni che lavoro su di me e ho imparato ad allenare il mio ascolto interiore. Negli ultimi cinque anni mi sono riconnessa alla natura, alle stagioni, alle fasi lunari. Ho capito che non siamo separate da ciò che ci circonda: siamo parte di un unico grande movimento e da quando ho abbracciato tutto insieme mi sento molto più allineata alla vera me. Prendi il cibo, per esempio. Il cibo è gioia, è presenza, è condivisione. È un gesto d’amore, un modo silenzioso di dire “ti vedo”, “ti voglio bene”, “sei a casa”.  Cucino per stare bene, per creare legami o renderli più forti. Non mi piace il cibo che deve stupire, non credo che servano grandi cose: a volte basta un pezzo di pane e un filo d’olio per sentirsi pieni. Non solo nello stomaco”.

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne

Siamo all’inizio dell’anno, periodo in cui la voglia di cambiare si fa più intensa: hai un consiglio per chi vorrebbe trovare il coraggio di cambiare?

Negli anni, sui social soprattutto (dove la trovate come @lagonzi), Francesca ha raccontato tanto anche della sua vita personale: “la separazione, le mancate gravidanze, le difficoltà della vita quando ero una “fuori sede”, i momenti di sconforto quando ho perso persone care. Tutto questo, insieme alla mia esperienza lavorativa e a come ho affrontato i cambiamenti, ha fatto capire a chi mi segue che è possibile cambiare in qualsiasi fase della vita. Sì, anche alla soglia dei cinquant’anni. Molte donne si sentono vicine alla mia esperienza, ai miei cambi di vita, al mio vissuto. Oggi lavoro con agenzie, aziende e piccole imprese, ma l’energia che mi danno le donne, con le loro storie, la loro motivazione e la loro forza, per me è impagabile”.

Cosa ti piace soprattutto di quello che stai facendo ora e che vorresti portare anche nel 2026?

“Lavorare con le donne per me è impagabile. Perché abbiamo una luce che non si spegne, anche quando è coperta dalla stanchezza o dalla paura. Le donne hanno il desiderio profondo di essere indipendenti, di trovare un modo di lavorare che le faccia sentire allineate, rispettate, vive. Vogliono farcela senza tradirsi, restando fedeli ai propri valori. E, anche quando non lo dicono ad alta voce, hanno tutte la stessa domanda: “Posso farlo a modo mio?” e per me la cosa più importante è lasciarle libere di essere se stesse. Lavorando con tante donne diverse, imparo continuamente a conoscere mondi nuovi e modi differenti di vedere le cose. Una cosa che mi sentirei di dire a tutte è che brindiamo troppo poco, secondo me: dovremmo farlo più spesso e celebrare sempre i nostri successi anche piccoli, ma la vita è fatta anche di quelli. Quindi più brindisi quest’anno!”

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne
eleonora beatrice casati pulvera leadership

La leadership della circolarità

In un settore tessile, storicamente maschile come quello del vino, Eleonora e Beatrice Casati con Pulvera trasformano gli scarti in valore, unendo radici familiari, sostenibilità e una leadership che sceglie, delega, sostiene e sa quando dire no

Eleonora e Beatrice Casati sono la terza e la quarta di quattro fratelli. Beatrice è anche CEO dell’azienda di famiglia, la Casati Flock, e, circa un anno fa, lei ed Eleonora hanno fondato Pulvera, una startup che trasforma lo scarto della produzione tessile in tutto quello che la loro creatività riesce a immaginare (e il loro business plan a sostenere). Tra sostenibilità , sorellanza e una buona dose di pragmatismo, stanno dando un nuovo significato non solo alla polvere di velluto, ma anche alla leadership, in un settore che, come accade anche in quello del vino, essere una donna ed essere giovane comporta fare più fatica per tutto. “Ma quando le aspettative su di te sono così sbagliate”, dicono, “puoi anche smettere di dar peso a quello che la gente pensa di te e andare dritta verso il tuo obiettivo, anche se all’inizio spaventa”. Quella delle sorelle Casati è la quinta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Eleonora Casati con Cremino, il primo dei prodotti di Pulvera, un pouf di design che prende vita dagli scarti dei tessuti

Anche quella di Pulvera è una storia di trasformazione, da scarto del velluto a materia prima che si rinnova e ispira. Eleonora e Beatrice Casati ereditano un’intuizione del nonno e la reimmaginano con il proprio sguardo avendo il coraggio di portare il loro materiale là dove si decide: tra designer, architetti e fiere nazionali e internazionali. Insieme, e con alle spalle una madre che le supporta in tutto e per tutto – “anche dicendoci quando sbagliamo, è pur sempre nostra madre” -, attraversano diffidenze e stereotipi del settore tessile, ancora fortemente maschile, riuscendo nell’impresa di costruire credibilità. Le abbiamo incontrate e ci hanno raccontato come si cresce restando fedeli alle radici, cosa si impara dicendo “no” e perché la stima reciproca e il coraggio di spostare lo sguardo possono, davvero, fare impresa.

Le sorelle Casati con la madre e il nonno

Eleonora e Beatrice Casati: cosa vuol dire essere giovani imprenditrici

Dove gli altri nascondono la polvere sotto il tappeto, le due sorelle Casati ci hanno invece fatto una startup. Idee, visione ampia e velocità per aprire alternative quando gli altri vedono muri (“lei è un bulldozer, quando ha un’idea va avanti e raggiunge il suo obiettivo e ti trascina con lei, infatti anche io non ho saputo dirle di no quando mi ha chiesto di prendere le redini di Pulvera insieme a lei”, dice Eleonora di Beatrice), sono le basi di una leadership, condivisa tra le sorelle, che sceglie, delega, sostiene e sa anche quando dire no. “Per me” dice Beatrice “essere imprenditrice significa anche sapere su cosa puntare e su cosa invece lasciare andare. Non piacere a tutti, ma sapere esattamente chi si vuole con sé, questa è la cosa più importante che ho imparato finora”.

La polvere di velluto riutilizzata da Pulvera


Nel tessile, come nel mondo del vino e in altri settori dove tradizionalmente la presenza degli uomini nei luoghi di comando era superiore a quella femminile (ma le donne ci sono sempre state, in vigna come in filanda), essere giovani ed essere donne significa spesso partire in salita. E poi, “il pregiudizio del ‘sei qui perché è l’azienda di famiglia’, è un’altra richiesta implicita che devi dimostrare più degli altri”, raccontano Beatrice ed Eleonora. La loro è una strategia interessante: tanta pazienza, ascolto e rendere la competenza sempre visibile. “Smettere di voler convincere tutti, anche questo è stato un altro grande passo”. La stima tra le sorelle è reciproca e le loro competenze complementari. Il background economico di Beatrice è fondamentale per dare direzione, mentre le capacità relazionali di Eleonora e i suoi studi di storia e tecnica della moda le danno le basi necessarie per immaginare il futuro di Pulvera e tutti gli ambiti di applicazione. 

Eleonora e Beatrice nella sede della Casati Flock con i tessuti da riciclare

Quando saper dire di no ti salva

La sera prima della prima fiera di Pulvera, a novembre dell’anno scorso, Eleonora e Beatrice hanno brindato a cena con la madre. Un gesto semplice che ha condensato mesi di lavoro e la vertigine dell’inizio: “un in bocca al lupo che per noi è stato insieme un punto di arrivo e l’inizio di un capitolo nuovo.”. Il giorno dopo sarebbe arrivata un’attenzione inattesa, a confermare che la direzione era quella giusta. “La circolarità per noi non è un trend, ma una componente fondamentale della nostra storia aziendale. Riutilizziamo gli scarti sin da quando nostro nonno lo faceva con la polvere di scarto del velluto”.

Idee, visione ampia e velocità di problem solving che apre alternative quando gli altri vedono muri

La domanda crescente del lusso per i materiali riciclati, le nuove norme e l’intuizione di portare quel materiale direttamente a chi sceglie, trasformando uno scarto in leva creativa e di business, portano le due sorelle a tradurre un’intuizione del nonno in un vero e proprio business plan. Il vero salto non è tecnico, ma di sguardo: dal ruolo di fornitore invisibile a partner creativo dei brand; dal voler piacere a tutti al selezionare chi condivide visione; dal controllo totale alla delega e alla priorità, per concentrare energie su ciò che conta davvero.  Anche il “no” diventa strategia, protezione del tempo e qualità delle relazioni. “Saper dire di no ti salva” dicono, “e non c’è niente di male a dirlo quando serve”.

camilla mazzanti

La curiosità è amplificare la voce di ciò che solitamente rimane silenzioso

Musicista sinfonica ed esploratrice del regno fungino, Camilla Mazzanti con Fungotropia racconta la forza gentile della curiosità: cambiare prospettiva, accettare l’incertezza, intrecciare relazioni come un micelio tra natura e suono

Due anime che si parlano: natura e musica. Tra boschi e partiture, Camilla Mazzanti, fungarola e musicista, coltiva un diario d’apprendimento che trasforma la paura in permesso creativo e la curiosità in comunità. L’abbiamo incontrata sul principiare dell’autunno, quando il suo progetto – Fungotropia, una newsletter dove i funghi diventano una lente per guardare il mondo “dal basso verso l’alto” – compie un anno. Uno sguardo, il suo, che ci insegna a immaginare più in grande. La sua, è la quarta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che raccoglie storie belle per rifiorire.

Camilla Mazzanti è una violinista della Filarmonica Toscanini di Parma. Ed è una grande appassionata di funghi. L’ascolto allenato in orchestra, per lei, si traduce nel bosco in attenzione al dettaglio, ai ritmi lenti, alle relazioni invisibili. Dedizione, disciplina e relazione, elementi centrali nella musica, ritornano anche nell’osservazione dei funghi: il micelio come partitura nascosta, l’osservazione come esercizio quotidiano. E così anche l’immaginario sonoro si apre, con le tante voci che Camilla raccoglie e ogni mese riporta nella sua newsletter. Due mondi che non si sommano, ma si fecondano a vicenda. “In fondo” ci dice, “anche la musica nasce dallo stesso impulso della vita fungina: il desiderio umano di celebrare la propria presenza e di esprimere la propria relazione con ciò che lo circonda.”

La curiosità come una bussola per orientarsi nel bosco come nella vita

Tutto ha inizio dopo il Covid, con un ritorno alla natura che per Camilla diventa una pratica quotidiana di cura e di consapevolezza di sé: le sue passeggiate nel bosco diventano veri e propri rituali, dove anche guardare il succedersi delle stagioni affina il senso dei tempi lunghi, del ciclo vita-decomposizione-rigenerazione che i funghi incarnano. “Mi sono accorta che è stupendo poter ammirare il susseguirsi delle stagioni e ho scelto di non farne mai più a meno”. Vive ancora in città, ma ha allenato lo sguardo ai piccoli segni che la natura porta sempre con sè: un profumo, un colore, un fungo che fa capolino al fianco di un albero. A guidarla, la sua curiosità. Un’attitudine che la spinge a uscire, osservare, fare domande e a collegare i funghi a geografie, culture e biografie: “Nel mio zaino da esploratrice la curiosità non manca mai”. Così un incontro casuale nel sottobosco si trasforma in traccia, confronto e apprendimento continuo, alimentando una mappa sempre più ricca di conoscenza e di relazione. “Lo smartphone è il mio taccuino visivo, ma anche uno strumento di condivisione con chi è più esperto di me e a cui chiedo pareri e confronti”. 

La paura di “non essere all’altezza”, il permesso creativo e la forza della condivisione: come nasce Fungotropia

In questi giorni, Camilla festeggia il primo compleanno di Fungotropia, la newsletter che ha iniziato a scrivere per tracciare connessioni tra il mondo dei funghi e il nostro mondo. “Non è solo una tappa importante o un brindisi da ricordare: è la prova che la curiosità, resa pratica e condivisa, può generare comunità. Un brindisi che celebra il coraggio di iniziare, l’umiltà di imparare e la gioia di una comunità che cresce come un bosco”. Per arrivare a pubblicare il primo episodio, il percorso non è stato facile. Come spesso accade, anche per lei il sentirsi non all’altezza è stato una soglia da attraversare. “Mi chiedevo: ma chi sono io per parlare di funghi?”. Ma per lei condividere è far circolare idee capaci di generare altre idee. E supera questa paura che la blocca, pensando a cosa farebbe se fosse un fungo. “Ho pensato al micelio, che è ciò da cui un fungo nasce, cresce, si nutre e comunica con gli altri funghi. Il micelio cresce sempre per contatto e diventa scambio, reciprocità”. 

I funghi appaiono e scompaiono, costringono a sospendere il controllo e a coltivare presenza, pazienza, meraviglia

Così, decide di aprire uno spazio diverso, e tutto suo: una newsletter-diario per imparare insieme al suo pubblico, senza cattedra, accogliendo il processo e l’errore. “Mi sono concessa la possibilità di utilizzare Fungotropia come progetto creativo, un diario di appunti di qualcuno che sta imparando e che vuole condividere con altre persone che, magari, sono su un percorso simile e sono curiose di scoprire”. La paura non scompare, ma viene incanalata e così attiva relazioni nutrienti. Uscire dai confini della propria formazione non è facile, ma Camilla riesce pian piano a creare un ecosistema intergenerazionale e appassionato tra fungaioli, micologi, artisti, autori. O semplici persone curiose come lei. Gli scambi online prolungano il bosco nello spazio digitale e fanno emergere connessioni inedite. Il risultato è un capitale relazionale che alimenta tanto il progetto quanto le persone che ne fanno parte. Proprio come un fungo con il suo micelio!

camilla mazzanti

Cambiare prospettiva: guardare in basso per immaginare in grande

La prossima volta che vi troverete a camminare in un bosco, fateci caso. Di solito, tendiamo a guardare verso l’alto, per cercare la luce e il cielo tra gli alberi. Non certo sotto ai sassi o tra le radici (a meno che non stiate andando proprio per funghi!). L’esercizio di curiosità che propone Camilla è proprio quello di spostare lo sguardo, dalle cime al sottobosco, per immaginare cose diverse. La cosa più sorprendente è quella che lei, nel raccontarsi a Talea, chiama epistemologia dell’incertezza: “i funghi appaiono e scompaiono, costringono a sospendere il controllo e a coltivare presenza, pazienza, meraviglia”, dice Camilla. Questo ribaltamento di prospettiva diventa un allenamento creativo: imparare a vedere ciò che è marginale, umile, nascosto e farne una fonte di senso. “La sorpresa è parte del gioco e plasma uno sguardo più elastico”. I funghi sono un promemoria della transitorietà: fioriscono e svaniscono rapidamente, abitano il confine tra vita e deperimento, trasformano ciò che muore in nutrimento. Nel folklore europeo diventano messaggeri del tempo che scorre, tra incanto e inquietudine. “Sbucano all’improvviso, restano lì pochissimo e poi spariscono, come a ricordarci che nulla dura per sempre.” Questo sguardo aiuta a fare pace con il cambiamento: nulla è per sempre e proprio per questo ogni apparizione va accolta con gratitudine.

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I dazi sul vino spiegati facile

Quali sono gli effetti dei dazi americani sul vino sull’economia italiana e sulla vita delle donne? Un’analisi semplice, ma approfondita, per capire le conseguenze su prezzi, produzione e consumi

In questo momento, le artigiane dell’uva trattengono il fiato. E, con loro, anche l’economia globale. L’aumento dei dazi sul vino al 15% (ora sono al 10%, ndr) alla fine è arrivato. E, anche di fronte al crollo delle borse, la volontà del governo americano di procedere sulla sua linea ha lasciato un intero settore con la domanda: e adesso che succede? Per capire quali sono gli effetti dei dazi americani sul vino sull’economia italiana e sulla vita delle donne, abbiamo coinvolto le economiste e ricercatrici Federica Gentile e Giovanna Badalassi di Ladynomics e le artigiane dell’uva Erika e Giorgia Marchesini – il cui fatturato conta per il 20% sul mercato statunitense – e abbiamo chiesto loro di raccontarci le conseguenze che vedremo nei prossimi mesi su prezzi, produzione e consumi, e le preoccupazioni di chi lavora in questo settore.

Cosa sono i dazi sul vino?

I dazi sul vino sono tasse che vengono applicate ai vini importati da altri Paesi. Si tratta, in estrema sintesi, di un contributo economico che chi importa vino deve versare alle autorità del Paese di destinazione. Ma perché esistono? I dazi hanno tre finalità: proteggere le industrie locali, regolare il commercio internazionale e anche per aggiungere entrate fiscali nelle casse governative. L’ammontare di queste tasse doganali può basarsi sul valore del vino, su un’aliquota standard o su una combinazione di entrambe. Ma alla fine, il risultato è sempre lo stesso: il vino importato costa di più una volta arrivato sugli scaffali.

Perché allora tutto questo allarme per l’aumento annunciato da Trump? Perché un aumento di quasi il doppio di queste tasse porterebbe disagi tangibili non solo per i produttori italiani – l’Unione Italia Vini ha stimato un danno di 323 milioni di euro all’anno per i vini italiani e oltre 360 milioni di bottiglie coinvolte – ma anche per le consumatrici e le imprenditrici vinicole su entrambe le sponde dell’Atlantico. I dazi infatti non riguardano soltanto la bottiglia finita, ma anche le componenti che i produttori e le produttrici americane acquistano dalla Cina e dal Messico, prime fra tutte bottiglie, capsule e tappi. Le più penalizzate sarebbero le cantine più piccole e con produzioni artigianali. Perché, come spiega molto bene questo articolo del New York Times, i vini che oggi arrivano sugli scaffali a un prezzo accessibile ne risentiranno più di quelli costosi che già oggi può permettersi solo la fascia più ricca della popolazione.

Perché l’aumento dei dazi americani interessa di più le donne?

All’aumento dei prezzi, calo della varietà di prodotti disponibili e una distribuzione del vino sempre più complessa, si aggiunge anche la grande incertezza generata da questa politica commerciale che, se anche solo annunciata, sta già portando a meno investimenti, a nuove difficoltà per le esportazioni e per le cantine italiane. “L’incertezza legata all’imposizione o sospensione dei dazi riduce gli investimenti e spinge alla crisi economica, colpendo le donne in settori dove il lavoro è già precario“, ci dicono Federica Gentile e Giovanna Badalassi di Ladynomics. Sempre grazie a loro impariamo il concetto di Pink Tariffs, cioè quel “prezzo” che le donne si trovano sempre a pagare in situazioni di crisi economica. Che si tratti infatti di essere le principali responsabili della spesa famigliare o di gestire un’azienda vinicole, le donne si trovano spesso in prima linea ad affrontare gli impatti di un’economia incerta e di nuove tassazioni.

L’incertezza legata all’imposizione o sospensione dei dazi riduce gli investimenti e spinge alla crisi economica, colpendo le donne in settori dove il lavoro è già precario

Sebbene infatti abbiamo visto come l’obiettivo dei dazi sia incentivare la produzione locale e limitare le importazioni, spiega Ladynomics, gli effetti reali raccontano una storia diversa: le donne sono da sempre tra le più colpite nei contesti di crisi economica e si trovano a fronteggiare difficoltà crescenti sia come consumatrici, sia come lavoratrici, soprattutto in un momento storico in cui, se mancano i soldi, colei che rinuncia al proprio lavoro per occuparsi dei figli è sempre la donna, poiché il suo è statisticamente lo stipendio più basso.

A livello macro, l’incertezza associata ai dazi riduce investimenti e causa stagnazione economica, colpendo soprattutto i settori dove le donne sono maggiormente occupate, come la ristorazione, la sanità, il settore tessile. Con una doppia conseguenza: “Secondo l’Overseas Development Institute (ODI), i dazi americani attualmente esistenti sono già adesso più alti su abbigliamento e accessori destinati alle donne rispetto a quelli maschili“, scrive Giovanna Badalassi in questo interessante articolo proprio sull’impatto dei dazi sulle donne. Non solo in occidente, ma in tutto il mondo: “Se le donne acquistano meno prodotti, soprattutto tessili e per l’abbigliamento, vanno in crisi le aziende che li vendono. La World Bank in questo caso è chiara: meno esportazioni, meno occupazione nei Paesi produttori, precarietà in aumento per milioni di donne nel mondo”.

erika giorga marchesini vino degustazione chiaretto

Cosa succede adesso alle produttrici vinicole italiane con l’aumento dei dazi sul vino?

Le piccole produttrici di vino soffrono due volte: è difficile farsi riconoscere in un settore dominato dagli uomini e i costi aumentati dai dazi limitano la competitività all’estero. La paura è che possa accadere quel che accadde nel 2019 al mercato francese dopo che la prima amministrazione Trump alzò i dazi sul al 25%. A risponderci è Erika Marchesini, artigiana dell’uva che si occupa insieme alla sorella Giorgia dell’azienda vinicola di famiglia a Lazise, sul Lago di Garda, e il cui fatturato dipende molto dall’export. “A spaventarci è proprio questa guerra dei dazi e quello che può portare. Quando c’è nell’aria un sentore di guerra, si entra in uno stato d’allerta che blocca l’economia. Se le persone hanno difficoltà ad acquistare i beni primari, figuriamoci se comprano del vino!”.

erika giorga marchesini vino degustazione chiaretto

La gestione dei dazi richiede infatti la collaborazione tra tutte le figure coinvolte nella filiera, ci spiega Erika, quindi sia loro come produttrici, ma anche le aziende importatrici e distributrici. L’obiettivo di questa strategia è quello di contenere i rincari al minimo. “Dividiamo la percentuale per far sì che il danno finale sulla bottiglia sia minimo, forse qualche dollaro, se non meno,” spiega. Tuttavia, sebbene l’attuale aumento sia meno di quello inizialmente prospettato, rappresenta comunque uno scenario davvero critico, che rischia di mettere a repentaglio anni di investimenti e di relazioni costruite una per una, passo passo. “Per non buttare all’aria tutto, stiamo garantendo al nostro importatore la presenza sul mercato, visitando i nuovi Stati che abbiamo ripreso come il New Jersey e New York. Siamo anche riuscite ad aprire nuovi canali con vini di fascia alta, che ci danno più ossigeno e forza per andare avanti.” Una strategia ben precisa che mantiene un occhio sempre rivolto al futuro e l’altro a terra, sulle vigne dove è appena iniziata la vendemmia verde. C’è speranza che questi segnali positivi possano portare nuove opportunità per consolidare anni di sacrifici e lavoro. “Già che partono i bancali è un buon segnale,” sottolinea Erika, che mantiene viva, a ogni costo, la volontà di crescere e restare competitive, “A prescindere da quello che succederà da oggi in poi“.

silvia giani emilia pennac vino naturale

Silvia Giani: “I miei vini raccontano la biodiversità dell’Oltrepò Pavese, ma soprattutto la felicità”

Questa è la storia di Silvia Giani, in arte Emilia Pennac, che fa vini naturali in Oltrepò, così come la racconta lei

Fare vini naturali in Oltrepò Pavese, una delle zone più vocate d’Italia, è una vera scommessa. “Ma fare vino per me è, da sempre, insieme stimolo e felicità”, ci dice Silvia Giani, in arte Emilia Pennac, mentre ci fa assaggiare i suoi pet nat, vini frizzanti rifermentati naturalmente in bottiglia ottenuti dalle uve autoctone del suo territorio. “La mia storia e la storia della mia azienda sono intrecciate, come i tralci delle mie viti sui filari”, dice. Era infatti il 1972 quando suo padre piantò il primo vigneto in mezzo ettaro di terra, perché voleva fare il vino per sé e per gli amici. “Così la mia infanzia ha avuto il profumo dei fiori dell’uva e il sapore del mosto e questo periodo felice mi ha segnata così tanto che dodici anni fa ho deciso: avrei fatto anche io, di questo, il mio mestiere“.

Prendi un sorso e senti la natura: perché fare vini naturali in Oltrepò

“La mia vigna non è molto grande, ma ciò che amo di lei è che non è un corpo unico, ma sedici appezzamenti in due comuni diversi”. Una particolarità, questa, che fa sì che l’uva crescendo su terreni differenti, le permette di scegliere negli anni il terreno giusto per il vitigno giusto. Ogni vigneto di Emilia Pennac Wines ha così la sua storia, la sua gestione e la sua cura, e ognuno di loro insegna e dà vini profondamente diversi tra loro.

La cosa più importante per Silvia è da sempre il mantenimento della biodiversità, che per lei è sinonimo dell’equilibrio generato dalla coesistenza di specie animali e vegetali. Per questo, sin da subito riduce al minimo ogni tipo di intervento, preferendo laddove possibile strategie e prodotti che stimolano la auto difesa della pianta, nel totale rispetto dell’agricoltura biologica. “La vigna è un modo di essere, il mio modo di essere. È fatica, sudore, passione, impegno, bellezza. Per me fare il vino è insieme stimolo e felicità, perché assecondo la natura e imparo. Poi, con cura, porto il sapere dalla vigna al bicchiere”.

silvia giani emilia pennac vino naturale

Fare vino vuol dire alzarsi alle cinque del mattino, con quaranta gradi all’ombra d’estate e potare con il ghiaccio d’inverno. È sentire la fatica nel bicchiere, è sacrificio e ostinazione, è pura bellezza guadagnata con le lacrime

Silvia è stata una delle artigiane dell’uva che hanno fatto parte della nostra associazione. Ora non ne fa più parte, perché ha smesso di fare vino e perché anche le cose belle a volte finiscono e bisogna saperle lasciare andare (ma non vediamo l’ora di riaffiancarla nella sua prossima avventura vinicola!). Grazie a lei e a quante che hanno creduto in noi, è nata l’idea di inserire in questa sezione del blog le storie delle donne che lasciano un segno nel mondo del vino e che, per un periodo o per un soffio, hanno lasciato il segno anche nel nostro.

giovanna rosanna caruso minini vini sicilia degustazione storia

Giovanna e Rosanna Caruso: “Ci piace sognare in grande e così facciamo il vino in Sicilia”

Questa è la storia di Giovanna e Rosanna Caruso, raccontata da loro. I loro vini sono freschi e sapidi, come il vento delle colline marsalesi su cui crescono le loro viti e il mare della Sicilia

Giovanna e Rosanna Caruso sono sorelle e insieme sono alla guida della cantina Caruso e Minini. “Portiamo avanti una tradizione di quattro generazioni. Lo facciamo con energia, con passione, nel rispetto della terra e con un occhio sempre puntato verso il futuro“. L’obiettivo che le muove, ci raccontano, è quello di coltivare e far fiorire l’eredità che ci è stata lasciata dal nonno Nino, viticoltore da generazioni che vendeva le sue uve ai produttori della zona di Marsala e sognava di avere un giorno una cantina tutta sua. “Poi, negli anni ‘90, nostro padre Stefano ha realizzato il suo sogno e ha fondato la nostra cantina. “A noi Caruso piace sognare in grande” dicono per raccontare di come nasce la collaborazione con Mario Minini, un produttore di vino di bresciano che accettò la scommessa di creare un ponte tra la Sicilia e il Nord Italia. “Una scommessa vincente che oggi abbiamo preso in mano con gioia“.

giovanna rosanna caruso minini vini sicilia degustazione storia

Tradizione e competenza, con uno sguardo al futuro

“Coltiviamo le nostre terre con amore e rispetto“. Giummarella e Cuttaia, questo il nome delle vigne di proprietà di Caruso e Minini, dislocate su un gruppo di colline a est di Marsala, non troppo lontano dal mare. Ogni porzione di terreno è stata scelta dai nonni, per creare la migliore combinazione possibile tra la vite, il clima e la terra. La cantina si trova in un antico baglio, edificato nel 1904 nel cuore della tradizionale area degli stabilimenti vinicoli di Marsala. Qui i grappoli vengono trasportati e subito trasformati. “Li lavoriamo con lo scopo di trasferire la nostra tradizione in bottiglia con meticolosità e sapienza, dando ai vini centenari della nostra zona un’espressione moderna e al passo con i tempi”. Che poi è la loro ed è questo a renderle delle vere artigiane dell’uva. Inoltre, questaparticolare posizione delle vigne, situate sulle colline marsalesi, poco lontano dal mare, dona ai loro vini leggerezza e sapidità.

“Amiamo coltivare uve di vitigni autoctoni delle nostre terre. Abbiamo scelto il Perricone perché è uno dei vitigni a bacca rossa più antichi della Sicilia, anche se oggi ne restano pochi ettari in tutta l’isola”. Soppiantato dal più commerciale Nero d’Avola, infatti, è un pezzo di tradizione che le due sorelle scelgono di valorizzare attraverso questo monovarietale in bottiglia. “Lo Zibibbo ha il colore dorato e il profumo speziato della Sicilia, lo abbiamo scelto perché rappresenta la nostra terra. E, infine, il Grillo vendemmia tardiva, ottenuto da uve che cogliamo a mano dalla pianta: ideale per accompagnare i dolci della tradizione siciliana”.

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Giovanna e Rosanna Caruso sono state due artigiane dell’uva che hanno fatto parte della nostra associazione. Ora non ne fanno più parte, perché anche le cose belle a volte finiscono e bisogna saperle lasciare andare. Grazie a loro e a quante che hanno creduto in noi, è nata l’idea di inserire in questa sezione del blog le storie delle donne che lasciano un segno nel mondo del vino e che, per un periodo o per un soffio, hanno lasciato il segno anche nel nostro.

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Chiara Ciavolich: “Faccio il vino per il solo piacere di farlo”

Questa è la storia di Chiara Ciavolich, raccontata da lei. I suoi vini sono lontani dai luoghi comuni, sono vini in divenire, senza certezze in tasca, che nei contrasti trovano un equilibrio personalissimo

Ho deciso ferocemente di fare solo questo nella mia vita“. Così Chiara Ciavolich, titolare della cantina a cui ha dato il suo cognome, inizia a raccontarci di sè. “Mi sono laureata in Giurisprudenza a Roma nel 2002 e, nelle più rosee aspettative di mia madre, avrei dovuto divenire avvocato. E invece no. Ho scelto di dedicarmi anima e corpo all’azienda agricola e alla cantina, lavorando a testa bassa per trasformarla da realtà produttrice di ottime cisterne di vino sfuso da vendere agli imbottigliatori regionali ed extraregionali, a realtà produttrice di bottiglie di vino con la vocazione dell’autenticità, dell’eleganza e della freschezza del nostro territorio, l’Abruzzo”.

Così, grazie alla storia della sua famiglia, Chiara inizia a fare il vino ispirata da una zia, Zia Giuliana, che gliela racconta sin da quando era in culla. “Grazie alla grandezza d’animo di un padre dalla genialità e spessore irraggiungibili; e all’eleganza e schiettezza di una giovane madre appassionata di arte, letteratura e botanica, oggi faccio il vino provando a trasportare nel futuro il patrimonio agricolo e culturale ereditato da una famiglia antica”.

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Faccio il vino in Abruzzo e ho in mente un’etichetta per “il mio Montepulciano”

La prima cosa che Chiara fa quando prende in mano le redini dell’azienda di famiglia è di creare attorno a sè una squadra con cui condivide la stessa passione e determinazione. “Io sono l’ultima espressione di una famiglia antica in cui il vino ha fatto da filo, decisamente rosso, di congiunzione attraverso i secoli . I Ciavolich erano mercanti di lana che arrivarono nel 1500 a Miglianico e nel 1853 costruirono la prima cantina della famiglia, una delle più antiche strutture di vinificazione in Abruzzo”.

La sua volontà è quella di mantenere intatto un patrimonio agricolo, enoico e storico per tramandarlo alle future generazioni. Come? Il pensiero è di farlo in modo sostenibile per l’ambiente, per le persone che lavorano in azienda e per l’azienda stessa. “La nostra tenuta si trova a Paniella, abbiamo circa quindici ettari, di cui sei a Montepulciano d’Abruzzo e uno a Pecorino piantati a pergola abruzzese. Il resto è una larga distesa di olivi secolari, da cui produciamo ogni anno un olio tutto di territorio”. E il vino?

“Il mio Montepulcianino. Prima o poi lo chiamerò così anche in etichetta”. Per lei, ci confida, è il vino del futuro. Un vino slow, dal tannino morbido e vellutato, molto più spostato sull’eleganza che sulla potenza tipica del Montepulciano. “Un vino per svegliarti da un incubo che sembra non finire mai o, molto meglio, per addormentarti e ritrovarti nella più bella epoca della tua vita”.

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Chiara è stata una delle artigiane dell’uva che hanno fatto parte della nostra associazione. Ora non ne fa più parte, perché anche le cose belle a volte finiscono e bisogna saperle lasciare andare. Grazie a lei e a quante che hanno creduto in noi, è nata l’idea di inserire in questa sezione del blog le storie delle donne che lasciano un segno nel mondo del vino e che, per un periodo o per un soffio, hanno lasciato il segno anche nel nostro.