ottavia mapelli talea

Regalo occasioni ai sogni che non sai di avere

Ottavia Mapelli è una Travel Designer, amante delle piccole cose e delle grandi storie. Per lavoro regala alle persone occasioni di crescita attraverso i sogni che non sanno di avere. Ottavia è astemia, ma ama il vino come espressione di una terra e delle genti che la abitano. La sua è la seconda storia di Talea

Diciamo spesso che il vino è un ottimo pretesto. Per conoscere persone nuove, per svoltare una giornata, per imparare la storia e gli usi di un territorio, per insaporire il risotto (sì, siamo sincere, anche per questo), per condividere parti della nostra vita e così renderle più leggere, per viaggiare grazie ai profumi e ai sapori che ci intrigano dal bicchiere. La seconda storia di Talea è quella di Ottavia Mapelli, Travel Designer, amante delle piccole cose, del verde e delle grandi storie. Per lavoro regala alle persone occasioni di crescita attraverso i sogni che non sanno di avere. Ama scrivere, ha girato l’Italia in bicicletta, doveva finire negli Stati Uniti, ma poi ha fondato un Tour Operator per viaggi a piedi. È astemia, ha una grande passione per il caffè, ma ama il vino perché anche per lei è un pretesto per conoscere davvero una terra e le genti che la abitano. L’abbiamo incontrata che è appena tornata a vivere in Alta Brianza dopo quasi dieci anni a Firenze: ha lasciato il porto sicuro di quella che era la sua casa e il suo posto fisso e ha appena iniziato la sua avventura come freelance insieme al suo cane, un levriero di nome Finn, come l’avventuriero di Mark Twain.

Ottavia, se dovessi raccontare il tuo viaggio, quale sarebbe il punto di partenza?

Non sono una persona che viaggia da tutta la vita. Da bambina facevo piccoli viaggi insieme ai miei genitori – Toscana, Liguria, Piemonte – ma sono molto grata perchè hanno sempre cercato di stimolare la mia curiosità ed educarmi al bello in ogni sua espressione. Da allora, viaggiare è per me una rivelazione. In quello che considero il mio primo viaggio da adulta, un lungo giro in bici attraverso l’Italia da Milano a Santa Maria di Leuca, mi sono ritrovata. Quello che mi si è rivelato è un Paese molto meno grigio di come me lo immaginavo. Viaggiare mi aiuta a non sentirmi sola e che anzi viviamo un po’ tutti la stessa vita, sogniamo e vogliamo le stesse cose, anche se abitiamo in posti diversi. Sentire il Catalano e pensare al tuo dialetto, scoprire che i briganti che popolavano i tuoi boschi altrove si chiamano in un altro modo, ma compivano le stesse gesta; vedere al collo di una guida giordana la stessa collana che da sempre indossa mia mamma. Questo è forse quello che amo di più, le piccoli grandi rivelazioni che svelano quanto siamo tutti legati.

Il tuo lavoro è fare la Travel Designer. Ci racconti di cosa si tratta?

Più che a un ruolo, mi piace pensare di essere al centro di un piccolo laboratorio di viaggio. Per le persone che si affidano a me creo viaggi da zero, costruendo un itinerario sulla base dei loro sogni, desideri e aspettative, oppure lavoro su un itinerario che hanno già pronto ma che non li soddisfa, capendo insieme a loro cosa può essere migliorato, a cosa si può “infondere meraviglia” perché arrivi a soddisfarli completamente. Il tutto senza appiattire la complessa, ricchissima identità dei luoghi ospitanti.

Perchè amiamo così tanto viaggiare?

Le persone viaggiano per i motivi più semplici a cui riusciamo a pensare: per divertirsi, staccare, vedere nuovi luoghi, riposarsi. Un viaggio non deve necessariamente essere un’esperienza rivelatoria o trasformativa. Sempre più persone, però, si mettono in viaggio perché desiderano – coscientemente o meno – cambiare qualcosa in sé stessi o nella loro vita, perché si convincono che se ti muovi, qualcosa succede sempre. Viaggiamo per imparare o realizzare altrove qualcosa che non riusciamo a trovare dove abitiamo; per nutrire a fondo una passione, sentirsi utili, provare qualcosa che scuota ed emozioni, inseguire un’inspiegabile nostalgia per luoghi non vissuti. Per sentirsi parte di una comunità, sfidare un proprio limite, cambiare una prospettiva che percepiscono come limitante. Per trovare un luogo più comodo e accogliente, anche solo per qualche giorno. Ricordo una volta un signore di 80 anni che non aveva mai visto l’Italia dopo averla sognata e studiata per tutta la vita perché aveva creato una lista di luoghi ed esperienze, per altre persone. E io ho fatto in modo che le vivesse tutte. Mi ha detto che non si era mai sentito così felice in tutta la sua vita. Per me questa è una consapevolezza potentissima.

Stiamo entrando nell’ultimo mese di primavera, il momento in cui la natura rinasce: hai mai avuto un’esperienza di rinascita?

Direi che, forse come tutti, ho vissuto tante piccole rinascite, alcune più difficili di altre.  L’ultima è sicuramente la scelta di tornare in provincia dopo otto anni trascorsi a Firenze e, contemporaneamente, lasciare in parte il mio lavoro da dipendente per dare vita al mio progetto freelance. Un rientro al nido, la casa a cui avevo giurato non sarei tornata. Sono cambiate tante cose tutte insieme – nuova quotidianità, nuovo lavoro, nuova casa, nuova macchina, nuova terra, nuovo compagno di vita, il mio cane Finn – e come sempre le ho affrontate senza forse gustarmi a fondo la consapevolezza che stesse iniziando un nuovo capitolo della mia vita. Sempre io, eppure tutto era profondamente diverso. Per otto anni ho vissuto in un certo modo, con abitudini e piccoli rituali, come passeggiare lungo l’Arno, quando avevo bisogno di pensare e dove ho trovato il coraggio per farla accadere questa rinascita. La prima mattina della mia nuova vita temevo di provare nostalgia e, invece, di tutte quelle cose così importanti non sentivo più il bisogno. Ne ho subito adottate di nuove, guardandomi intorno per capire come riempire il mio nuovo spazio. In una delle mie citazioni preferite, Hemingway dice: “trapiantarsi è necessario all’essere umano come ad ogni altra cosa che cresce” – ecco, io mi sono sentita trapiantata. Ora mi toccava solo crescere. 

Il segnale che la pianta della vite si sta risvegliando è quello che viene chiamato il pianto: è così anche per noi, secondo te, per rinascere bisogna piangere?

In Toscana, in effetti, si dice “piangere come una vita tagliata” – una delle tante espressioni che ho imparato quando mi sono trasferita a Firenze. Per me, l’atto stesso di piangere ha in effetti rappresentato una bella rinascita, perché piango molto raramente e davanti alle lacrime altrui, generalmente, provo irritazione o disagio. In questo mi ha molto aiutato la terapia. E l’ultima sera prima di lasciare Firenze ho pianto per ore – un pianto disperato e liberatorio, che non sembrava finire mai, in cui ho liberato tutto quello che ancora doveva rimanere in quel bellissimo capitolo ormai finito della mia vita. 

Il vino per te è …

Il vino per me è un bellissimo mistero a cui tento di accedere più che posso. Non posso, infatti, bere vino; ho una condizione che mi impedisce di bere (o assaggiare) più di due sorsi di qualsiasi bevanda alcolica senza stare male. Ho deciso quindi di esplorarlo da qualsiasi altra angolazione possibile. Nel mio lavoro, mi è capitato di sviluppare wine tour, così, dato che non posso berlo, ma volendo cercare di conoscere il prodotto al meglio delle mie capacità, ho iniziato a studiare, esplorare, soprattutto parlare e fare domande a chi il vino lo produce. Quando visito una cantina, mi faccio raccontare la storia, parlo e fotografo le persone, mi faccio spiegare come i fattori ambientali specifici del territorio influenzano le caratteristiche del vino; osservo gli acini e le foglie, chiedo quali sono le etichette preferite e perchè, di che materiali sono le botti, come questo andrà ad impattare le note aromatiche. Guardo la grafica delle etichette. E naturalmente mi affido a chi ne sa ben più di me, trovo produttori e sommelier di fiducia a cui chiedere. Mi piace l’idea di aver creato con il vino un rapporto che va oltre il mio non poterlo, in effetti, consumare. E quando proponi una cantina, la racconti e inserisci nella struttura del tour in tutta la sua complessa identità umana e terrestre; c’entra il gusto, certo, ma anche il design, le persone, l’idea, la terra, il territorio. 

Su Instagram ogni mese proponi un amuleto di viaggio, piccoli mantra per il mese a venire o una sorta di piccolo oroscopo del viaggiatore o della viaggiatrice: ce ne lasci uno, per noi e per chi sta leggendo la nostra chiacchierata?

Gli amuleti di viaggio hanno la forma di immagini che mi ispirano e che mi fanno pensare al mese in arrivo. Li pubblico insieme ad alcune frasi, consigli poetici, indicazioni oracolari, piccoli mantra per il mese a venire. Realizzarli è un esercizio che mi diverte e stimola la parte più intuitiva, rituale e astratta di me stessa, la stessa a cui attingo quando leggo i tarocchi. Se dovessi trovarne uno per voi, donne di Vite, mi viene da pensare che la talea è una parte di pianta che sa rimettere radici, trasformandosi in qualcos’altro – una parte che diventa di nuovo un tutto. In musica, si parla di Talea quando lo stesso schema ritmico è ripetuto per tutta la composizione; succedeva nelle composizioni sacre, ma anche nell’ipnotica, gioiosa musica indiana: una sorta di mantra in musica. Mi sembra, quindi, che la chiave qui sia nell’invincibile capacità di riprodursi, nel ripetersi eppure creare qualcosa di nuovo. È un esercizio di perseveranza e coraggio – si cresce e ci si propaga creando nuovi modi per esprimersi, abbandonando parti forse ferite, forse pesanti. Arricchendo nuovi suoli. Vi auguro un futuro che sia una continua talea: trapiantarsi, sbocciare, sempre fedeli alla parte di noi stesse che ci nutre nel profondo. 

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La sorellanza ci salverà: abbiamo parlato con Isabelle Perraud, la vignaiola francese che ha dato il là al #MeToo nel mondo del vino (anche italiano)

La prima storia di Talea è quella di Isabelle Perraud, fondatrice dell’Associazione Paye Ton Pinard

Questo articolo, come tante altre cose di questi tempi, nasce da una storia su Instagram. E da un articolo uscito su Repubblica che riporta i dati delle aziende vinicole che in Italia sono guidate da donne: spoiler, soltanto il 12,5% ha un Amministratrice Delegata. Mi ha fatto pensare che la storia delle donne nel mondo (e in generale) sia una specie di montagna di Sisifo: ogni mattina una donna si sveglia e sa che dovrà trasportare la sua personale roccia fino in cima, per poi ricominciare da capo l’indomani. Perché non è vero che il mondo del vino è un mondo di uomini, lo sono solo le posizioni di potere al suo interno. Le donne, infatti, in vigna e in cantina ci sono sempre state, lo si vede dai reperti conservati nel Museo del Vino di Torgiano e lo si trova anche nelle storie delle nostre artigiane dell’uva, abituate sin da bambine a fare la loro parte durante la vendemmia come un qualsiasi altro membro della famiglia.

Come ci siamo arrivate? Dapprima furono la rivoluzione industriale e l’introduzione del lavoro salariato a rompere la continuità tra la casa e il lavoro, distinguendo i ruoli all’interno della famiglia come li conosciamo oggi: le donne a casa e gli uomini fuori, nell’industria, vinicola compresa, senza che però le donne abbiano mai smesso di occuparsi delle vigne e della cantina. E poi la questione del potere, trasversale a tutti gli ambiti delle nostre vite (hai detto forse, cultura patriarcale?), a cui abbiamo accennato prima: il mondo del vino ci sembra a predominanza maschile, perché gli uomini ne occupano ancora per la maggior parte l’immagine pubblica. Per questo, quando la FIVI ha aggiunto nel nome del suo storico Mercato anche “delle Vignaiole” e non più solo “dei Vignaioli” indipendenti, abbiamo esultato tutte (e anche una parte di tutti, ne sono convinta). Del valore della rappresentanza, della sorellanza e dell’importanza di dare voce alle donne di questo settore, laddove sono ancora poco visibili, abbiamo parlato con Isabelle Perraud, vignaiola francese e fondatrice dell’Associazione “Paye Ton Pinard”, impegnata a dare voce alle donne che subiscono molestie in cantina mentre tutti si girano dall’altra parte.

Isabelle Perraud, ti definisci “vignaiola naturale e femminista”: come e quando nasce Paye Ton Pinard?

Paye Ton Pinard nasce come account Instagram nel settembre 2020. Sin dalla sua nascita volevo dare alle donne del mondo del vino uno spazio di parola, aperto, responsabile, accogliente, consapevole, sulle questioni del sessismo e della violenza sessuale di cui potevano fare esperienza nel loro lavoro. E rompere l’isolamento su queste questioni. L’associazione è stata fondata nel mese di agosto 2023, per essere un vero collettivo dove ogni donna può impegnarsi in prima persona se lo desidera.

“Più forti insieme” si legge nella caption di questo post Instagram di Paye Ton Pinard

Il nome Paye Ton Pinard, che letteralmente significa “paga il tuo vinaccio”, fa riferimento al blog dell’attivista Francese Anaïs Bourdet “Paye Ta Shnek”, che dal 2012 per più di dieci anni, ha condiviso più di quindicimila storie di donne vittime di molestie di strada. Ed è quello che hanno fatto Isabelle e le altre persone che lavorano attivamente nell’associazione: “Siamo dodici e due tra noi sono uomini” mi dice orgogliosamente Perraud che quest’anno, per la sua attività, si è trovata al centro di una bufera mediatica, denuncia di diffamazione compresa, conseguente alle testimonianze da lei raccolte e che riguardavano un produttore di vino francese. Oltre alla condivisione delle storie, Paye Ton Pinard è a disposizione per dare consulenza legale laddove necessario e fare educazione sensibilizzando donne e uomini partecipanti ai vari eventi del mondo del vino. “Abbiamo creato gruppi di lavoro per scrivere una carta che intendiamo far firmare ai professionisti e alle professioniste del vino che si impegnano contro le molestie e in favore della parità tra i generi. Un altro progetto importante riguarda il sito web: vorremmo che fosse un luogo dove ogni donna che ha bisogno possa trovare tutte le informazioni“. Non sono solo le vignaiole francesi a essersi rivolte all’associazione di Perraud e ad aver aggiunto le proprie voci a questo #Metoo del mondo del vino. Anche l’agronoma e vignaiola italiana Lisa Saverino ha affidato la sua testimonianza all’associazione attraverso un post Instagram dove racconta delle molestie subite nelle cantine dove ha lavorato tra la Sicilia, la Toscana e Parigi e dove dice “Italia e Francia, la stessa lotta”. Nel nostro Paese, però, non ci sono dati che raccontano gli episodi di sessismo quotidiano che costellano la montagna di Sisifo delle donne del vino italiane (come quella della sommelier che nell’estate 2022 si vide imporre la gonna come divisa di lavoro per ragioni estetiche). Un passo in avanti in questo potrebbe essere il progetto #TUNONSEISOLA dell’Associazione Nazionale “Le Donne del Vino” ideato per promuovere iniziative di formazione, informazione e sensibilizzazione sulla violenza di genere, presentato a fine gennaio 2023, dopo il femminicidio della donna del vino Marisa Leo.

Che cos’hanno in comune le storie che vi arrivano, da Instagram o da altri luoghi?

Ci sono molte violenze di genere e aggressioni sessuali. Prima di tutto, le donne che le condividono con noi hanno bisogno di sentirsi dire che stiamo ascoltando, anche più tardi se non hanno la forza di parlarne subito. È importante che si sentano in una relazione di fiducia. È importante dire loro che crediamo a quello che raccontano. E soprattutto non essere mai giudicanti. Poi, forse, il fatto di aver parlato, di aver messo in luce una situazione traumatica, la farà avanzare nel suo processo di ricostruzione. Forse presenterà denuncia. Forse no. Dobbiamo accettare la sua decisione. E accompagnarla al meglio.

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Il logo dell’Assocazione Paye Ton Pinard (illustrazione di @totorlillustree)

Nei tuoi discorsi citi spesso la parola sororitè, sorellanza, perché?

La sorellanza è importante perché si possa andare avanti. Ci hanno fatto credere fin troppo che non possiamo contare le une sulle altre.

Una frase come “non c’è nemica peggiore per una donna di un’altra donna”, ci fa sentire ancora più sole…

Sono convinta che solo una donna può capire un’altra donna su questi argomenti. Bisogna potersi sentire sicure. Paye Ton Pinard è uno spazio di fiducia. Penso che la cosa più importante, per una donna in questa situazione, sia parlarne. Liberare la sua parola, farla valere. Raccontarla anche al suo o alla partner, a un amico, un’amica, a qualcuno di fiducia: è un primo passo per non essere sola.

Illustrazione in copertina di @pauline_dupin_aymard per l’Associazione Paye Ton Pinard.

Talea è il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne dedicato alle storie che vogliamo condividere perché portino frutto. Questa è la prima, puoi leggere le altre qui.
com'è il corso per sommelier ais

Ho iniziato il corso per diventare sommelier ed è molto più tosto di quanto mi aspettassi

Il riassuntone dei take away di Vera dalle prime cinque lezioni del corso AIS

Io e Agnes, da che è nato Vite Storie di Vino e di Donne, abbiamo sempre detto: siamo due amiche appassionate di vino (intendendo che ci piace molto berlo e ancora di più berlo insieme) e non siamo esperte (intendendo che la nostra conoscenza si ferma laddove la bottiglia finisce). E questo è diventato un elemento comune, non solo tra noi, ma anche con le persone che ci seguono, che sempre di più sono persone a cui il vino piace e a cui piacciono le belle storie.

Perché allora ho sentito il bisogno di fare il corso per diventare sommelier?

Perchè andando avanti, mi sono resa conto che per raccontare meglio le storie delle artigiane dell’uva, avevo bisogno di conoscere meglio quella parte del loro mestiere che mi aveva sempre affascinato, ma che non avevo mai potuto capire fino in fondo. Quando, infatti, sono tornata a casa dalla prima lezione, e ho condiviso su Instagram il primo elenco dei miei take away, mi ero sin da subito resa conto di aver ascoltato, osservato, rispettato, i gesti e il sapere di queste donne, senza mai coglierne davvero l’essenza profonda. Quella sera, in una storia, ho scritto: imparare queste informazioni su come si fa il vino, è come conoscere per la prima volta la storia di un vecchio amico.

corso sommelier ais lezioni

Ho deciso, allora, di raccogliere qui le 5 cose che ho imparato in queste prime 5 lezioni di corso. Non mi soffermerò sugli aspetti tecnici – quanto dura (3 mesi), quante lezioni sono (15), cosa impari a fare (le basi di viticoltura, enologia e la tecnica della degustazione) – perché tanto è tutto qui sul sito dell’Associazione Italiana Sommelier. Ma racconterò le cinque cose che non mi aspettavo e che stanno rendendo questo corso super tosto e, insieme, super interessante.

1) La regola d’oro della sommelierie è: bere, bere e bere

Nonostante negli ultimi due anni, grazie a Vite e #viteincantina soprattutto, io abbia assaggiato molti più vini che negli anni precedenti, mi sono resa conto che, comunque, la mia conoscenza risulta limitatissima. In Italia esistono infatti più di 350 denominazioni di origine controllata e protetta e ci sono più di 255mila aziende vitivinicole (il cui 30% gestito da donne). Un’immensità che spaventa e che, ogni qualvolta qualcuno accanto a me riusciva a identificare il vino che stava bevendo, mi faceva sentire davvero una pivellina. Il bicchiere mezzo pieno? A venirmi in aiuto quella che mi è stata presentata come la regola d’oro della sommelierie, cioè: l’unico modo per conoscere il vino è berne il più possibile. E, questa, è certo, è qualcosa che anche una pivellina come me sa fare.

2) Per fare un buon vino, serve una buona uva. Per fare un vino ottimo, serve un’uva eccellente

All’uva, a com’è fatta, a come si coltiva e a cosa contiene, sono dedicate circa tre lezioni. Se, magari durante l’infanzia, avete avuto la fortuna di poter assaggiare i fiori della vite, di succhiare l’acidulo dei germogli e di rubare gli acini maturi salendo, in piedi, sul tavolo sotto al bersò, allora, in questo caso, siete avvantaggiate e avvantaggiati come è stato per me. Anche perché, essendo io nata e cresciuta in campagna, con un nonno che coltivava orti e amava prendersi cura della terra, ho sempre avuto una bella consapevolezza di quel che ci vuole per lavorarla, tutto l’anno, senza vacanze, anche quando piove o fa freddo e il terreno è duro, gelato, e quando arriva la grandine e si perde tutto, son lacrime e parolacce. Pivellina 2, gente già esperta che sa già un sacco di cose 1. Sapere tutto questo e poter conoscere la scienza che c’è dietro questo sapere contadino, mi ha affascinata moltissimo. E ha accresciuto il mio rispetto per chi fa questo mestiere e per chi coltiva la terra e fa il vino: se pensate che sia facile, perché, tanto, bisogna solo ripetere gli stessi gesti tutti gli anni, o ci sono i macchinari che vengono in aiuto, non è così. Osservare le stagioni, saperne cogliere i segnali, agire con in testa un obiettivo (che si chiama proprio obiettivo enologico) conoscere la terra, la chimica di cui è composta, la fisica che rende possibile certi meccanismi naturali, è un sapere profondo e sfaccettato. La mia ammirazione e il mio rispetto a chi lo padroneggia (e mio nonno, da lassù, sono certa che, ora, sorride beffardo come a dirmi: hai capito adesso è, il perché di tanta fatica?).

3) Tutto fa naso, eccetto il mio naso dopo le 22:00

Studiare, nel senso comune del termine – cioè, quello che abbiamo imparato a scuola – mi è del tutto inutile in una degustazione. I profumi, infatti, si imparano a riconoscere annusando, non leggendo i loro nomi su un libro. E, tuttavia, mi ostino a prendere appunti come facevo all’università. È un sapere diverso, senza dubbio, quello dei sensi. Si attiva per tentativi, si perfeziona con la ripetizione, è l’unione tra esperienza e consapevolezza che genera il sapere. Mi spiego: durante la degustazione di un vino bianco, alla domanda del relatore “che cosa sentite?”, qualcuno ha risposto “laicis”. Posto che, a casa mia, in pianura padana, quel frutto cinese che sembra un bulbo oculare (questo) si scrive “litchi” e si pronuncia “lici” al singolare e al plurale, proprio perché mi ricorda quella parte di corpo umano, penso di averlo assaggiato una volta soltanto quando ero bambina. E poi basta. Dunque, come potrebbe mai il mio cervello associare quell’odore, che pure riconosce nel vino, a quello di un frutto che non ho mai assaggiato? Dunque, ho capito che, non solo devo rimettermi a mangiare i litchi, ma devo iniziare ad annusare le banane acerbe, le ciliegie sotto spirito, il tabacco, il cuoio, l’arancia sanguinella, il ribes nero! Insomma, si prospetta una primavera molto interessante.

corso sommelier lezioni

Infine, ho scoperto che, dopo una certa ora, la sera, per me è impossibile distinguere sapori e odori: ed è la conferma che il mio cronotipo è quello dell’allodola (come spiega benissimo Chiara Battaglioni in questo articolo, il cronotipo è la predisposizione o preferenza a svolgere al meglio determinate attività in un certo momento della giornata; le allodole al mattino, i gufi la sera). Dunque, forse, dovrei iniziare a bere alle 7 di mattina.

4) Quelle cose che dicono i sommelier nei video in realtà le dicono davvero, con due MA che cambiano tutto

Restando in tema di odori e sapori, quello che dicono i sommelier-di-Instagram è davvero quello che si dice durante una degustazione. Ma, ci sono ben due MA, che cambiano tutto. Il primo è che, anzitutto, queste cose non vengono dette ad alta voce: chi degusta il vino, infatti, ha una scheda tecnica molto complessa da compilare, che si compone di diversi parametri e più di cento criteri per descrivere un vino e decretarne la qualità. Quel che ne esce è un punteggio espresso in centesimi, che dovrebbe essere rappresentativo del giudizio sulla qualità di un certo vino, in relazione alla tipologia a cui appartiene.

Il secondo MA è che, se è vero che questi parametri e criteri sono quasi oggettivi – perché si basano sulle percezioni visive, olfattive e gusto-olfattive e, a meno di incredibili differenze culturali o fisiche, tendenzialmente avremo tutte e tutti le stesse – , tutto ciò che è invece legato alle sensazioni, poiché mediato dalle nostre particolari esperienze, è soggettivo. Dunque, se la prossima volta che partecipi a una degustazione non senti il litchi, o l’arancia sanguinella, o il tabacco, non ti crucciare. L’importante è che tu sappia giudicare la qualità di quel vino sulla base delle tue percezioni. Poi, sul resto, puoi sempre esercitarti.

5) Resto umile e vado avanti

E lo dico a te che mi leggi perché lo sto dicendo spesso anche a me stessa. Avevo iniziato su Instagram a raccontare di volta in volta come andava questo corso. Poi mi sono fermata. Quando mi sono resa conto che non riuscivo a sentire quel che pensavo di dover sentire, mi sono impaurita e ho detto a tutte e tutti voi: facciamo che mi fermo un attimo e vi racconto quando sono un po’ più bravina? Credo di aver sbagliato. Mi sono resa conto che quando si fa qualcosa per la prima volta, tocca non tanto di essere pre-disposte e prefisposti a quella cosa, quanto essere dispostə a scoprirla, anche se richiede di rinegoziare il nostro modo di imparare. Dunque, non doveva interessarmi tanto la mia incapacità di sentire quel sapore o quell’aroma, quanto, la modalità più efficace per imparare a sentirlo. Dato che, da quel che ho capito, il modo migliore è di annusare, annusare, annusare e bere, bere, bere, queste sono due cose che sicuramente posso fare. E che sarà un piacere per me continuare a raccontarvi!

come ordinare vino ristorante consigli sommelier

Come si ordina il vino al ristorante?

I consigli della sommelier per non sbagliare quando siamo al ristorante e tocca a noi scegliere il vino

Le nostre amiche sommelier e artigiane dell’uva ce l’hanno sempre detto. Ci sono due modi per conoscere davvero bene il vino: il primo è assaggiarlo (il secondo ancora non ce l’hanno detto). Ora che stiamo diventando delle esperte, in formazione costante presso l’Università-del-bere-tanto-e-bene, ci capita sempre più spesso, quando siamo al ristorante sole o in compagnia, che ci venga chiesto, dal personale di sala o da chi ci accompagna: scegli tu?

Così, per imparare una volta per tutte che cosa fare quando ci chiedono di ordinare il vino al ristorante, abbiamo chiesto alla nostra amica Isabella Mancini, socia AILS ed esperta di vino che ci ha insegnato come fare una degustazione al nostro ultimo evento, di darci delle dritte per quando siamo al ristorante, o in un’etoca, e dobbiamo scegliere noi il vino.

Che vino scegliere?

Le strade da percorrere sono due. La prima, è chiedere la carta dei vini e guardare se tra le proposte c’è qualche cantina che già conosci, magari perché ti è stata regalata una bottiglia, magari perché si trova vicino a quel posticino dove hai trascorso le vacanze o magari è una di quelle presenti su Vite. La seconda, che Isabella consiglia per andare sul sicuro e anche per fare un’esperienza nuova e fuori dalla tua zona di comfort, è quella di chiedere un consiglio a chi ti sta servendo. A questo punto, per poterti dare un consiglio assennato, chi ti serve dovrebbe chiederti se sei interessata ad assaggiare un vino al calice, oppure uno in bottiglia.

Dopodichè, avendo in mente cosa hai ordinato per la cena, potrà farti proposte diverse a seconda di quello che ha in mescita e in carta dei vini, suddivise per budget differenti e infine ti descriverà le caratteristiche di ogni vino. Se ti trovi in un’enoteca, oppure hai chiesto un vino al calice, a questo punto dovrebbero presentarti un bicchiere per l’assaggio. Oppure, se hai richiesto una bottiglia, dovrai fare la tua scelta e chiedere di assaggiare. A volte può succedere che il locale abbia terminato il vino che hai scelto. Tocca allora a chi ti serve presentarti un’alternativa, solitamente della stessa fascia di prezzo e con le stesse caratteristiche.

Sempre molto importante, prima dell’assaggio, è conoscere anche l’annata: potrai renderti conto più facilmente se quello che ti viene portato è un vino che ha raggiunto la sua maturazione, ed è stato dunque messo in carta correttamente, oppure no; se il vino che stai assaggiando è stato conservato correttamente oppure se ha un sapore che corrisponde a un vino più vecchio, questo può metterti sul chi va là.

Chi assaggia per primo?

Tradizionalmente, indovina un po’, ad assaggiare è l’uomo. Per fortuna, però, ci succede sempre più spesso che non sia dato così tanto per scontato. Anzi, è bello sentire la persone che ti accompagna dire al cameriere che gli sta porgendo il bicchiere: assaggia lei. Quando dicono che la strada per la parità tra i generi si accorcia se anche gli uomini camminano con noi, intendono anche questo.

In ogni modo, assaggia chi sceglie. E se il vino lo hai scelto tu, ti tocca di assaggiare. Quando chi ti serve ti porge il bicchiere e si appresta ad aprire la bottiglia, guarda cosa sta facendo, guarda la bottiglia, osserva l’etichetta, osserva i suoi movimenti. Prendi il bicchiere in mano solo quando il vino è al suo interno. Ora puoi assaggiare (se non sai come fare, puoi dare un’occhiata a questa miniguida).

Ok, ho assaggiato il vino, e adesso?

Abbiamo la conferma ufficiale. Non si dice “è buono” e non si dice “mi piace”, perché in quei pochi secondi di assaggio non è possibile giudicare un vino se non per quanto riguarda la prima impressione. E la prima impressione è quella che ci può dire se un vino ha dei difetti evidenti – è ossidato, presenta dei residui di tappo e così via – ma niente di più. Quindi, se non presenta questi difetti, possiamo dire: “va bene”.

E se non va bene? Ricordati che, esattamente come rimanderesti indietro un pesce la cui carne non è fresca, se il vino presenta dei difetti puoi sempre rimandarlo indietro. Ogni ristorante, a quel punto, ha le sue regole per come rimediare all’errore, che può essere di produzione così come di conservazione di quella bottiglia. Quel che è certo è che la vita è già dura abbastanza per decider di bere un vino cattivo solo per aver paura di farlo presente.

3 errori da non fare se al ristorante ordini un vino al calice

  1. A proposito di diritti, quando chiedi un vino al calice, dovrebbe esserti presentata la bottiglia anche il quel caso. Se non viene fatto, non puoi effettivamente sapere se il vino che ti è stato servito è effettivamente quello da te scelto, e questo è scorretto. Se non ti portano la bottiglia, chiedila.
  2. Se quando ti versano il vino, colmano metà bicchiere, senza darti quindi la possibilità di assaggiare, stanno di fatto privandoti di un tuo diritto di consumatrice. Se non ti fanno assaggiare, chiedi di poterlo fare.
  3. Se quando hai assaggiato, non ti piace: ricordati che puoi sempre sceglierne un altro.