daniela martin fotografa vino donne

Raccontare la propria storia è un atto di autenticità che dobbiamo a noi stesse

Daniela Martin è una fotografa, art director e libera professionista che racconta le donne e i vini che incontra attraverso le fotografie, con delicatezza: “Non vado in cerca di immagini perfette, ma di quelle necessarie”

Se ci pensate, è più facile che le cose acquistino un senso solo dopo che le abbiamo vissute. Ecco perché le storie sono preziose. “Credo che ogni donna, che coltivi grappoli o passioni, custodisca una storia che merita di essere narrata”, dice Daniela Martin, che per mestiere ha scelto di raccontare le storie delle donne e dei vini che incontra. Come? “Osservo, ascolto e poi traduco quella storia in un linguaggio che per me è fatto di immagini. Non cerco l’immagine perfetta, ma l’immagine necessaria. Mi interessa l’autenticità. E se nel vino riconosciamo la terra da cui veniamo e il tempo che ci attraversa, nella fotografia io cerco esattamente la stessa cosa: un istante di verità in cui, per un attimo, possiamo riconoscerci“. Quella di Daniela Martin, fotografa, art director e libera professionista, protagonista dell’ottava storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Cercare l’immagine necessaria: l’importanza dell’autenticità oltre la perfezione

Daniela lavora come freelance dal 2007, attraversando territori diversi – letteralmente, tra Italia ed Egitto, dalla direzione artistica al fotogiornalismo – e restando fedele a un’unica urgenza: raccontare storie vere. “La forma di racconto che più prediligo è il reportage”, dice e spiega subito cosa significa questo per lei: “Cerco immagini che raccontino il vero e, allo stesso tempo, mi piace cercare quella piccola crepa che alleggerisce la narrazione. Perché la verità non è mai monocorde: come un buon vino, ha profondità, ma anche leggerezza È il mio modo di restituire rispetto a ciò che racconto attraverso la fotografia”.

Mi interessa l’autenticità. Non cerco l’immagine perfetta, ma l’immagine necessaria


Spazio, tempo e luce sono la materia invisibile del suo lavoro. E sono anche elementi imprescindibili nel percorso di affinamento del vino. Ma è con il buio che Daniela ha un legame particolare, “Sono coraggiosa e il buio non mi ha mai spaventata. Anzi, lo considero necessario. Nel buio i tempi si dilatano, lo spazio quasi si dissolve. È una condizione sospesa, in cui l’occhio è costretto ad ascoltare e attendere. Il buio è un’attesa fertile. È il luogo dove qualcosa sta per accadere”, come il mistero che abita il ventre di una madre e le botti in cui il vino riposa. E se lontano dalla luce si compie il mistero, “è con la luce tutto acquista movimento”, dice Daniela, che aggiunge che per lei da sempre fotografare sigifica abitare uno spazio per un tempo preciso, e scegliere come la luce o la sua assenza possano raccontarlo. Così, appare chiaro come per lei il vino e la fotografia condividono il potere di creare uno spazio di incontro tra le persone. “Condividere cibo e vino significa condividere tempo e il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo: stare a tavola, condividere una bottiglia, è un momento di confronto, di convivialità, a volte di intimità assoluta”.

foto daniela martin donna che ride
foto di Daniela Martin

Come si raccontano storie vere

La stessa intimità che è necessaria anche per raccontare la storia di qualcuno. Delicatezza, farsi domande e dialogo, sono i punti fermi di Daniela nel suo lavoro. “Delicatezza, per me, è una forma di forza: significa saper entrare in relazione senza invadere. Mettersi in discussione significa poi restare vive, accettare che ogni incontro possa cambiare il nostro punto di vista. Credo molto nella contaminazione, nel confronto aperto, nella possibilità di fondere pensieri diversi in un unico progetto, in un’unica storia. Quando ognuno porta il proprio sguardo, la propria voce, la propria storia e li mette al servizio di una visione comune. In fondo, ciò che amo delle persone è proprio questo: la loro capacità di essere autentiche“.

foto daniela martin per Consorzio Vini Lugana
foto di Daniela Martin per Consorzio Vini Lugana

Daniela ha scelto le immagini per raccontare le storie con cui entra in contatto. “La soddisfazione più grande arriva quando sono le altre persone a riconoscere come mia una fotografia: in quel momento, capisco che il mio linguaggio esiste davvero, che non è solo un’intuizione privata”. La cosa più difficile, invece, è tenere insieme i due poli del lavoro autonomo: la parte creativa e quella amministrativa. L’ispirazione e i numeri. L’istinto e le scadenze. “È un equilibrio continuo tra ricerca estetica e organizzazione, tra visione e gestione concreta. Essere una libera professionista significa non potersi permettere di abitare solo la dimensione poetica del proprio mestiere. Ma questa oscillazione costante tra mente pratica e mente creativa è anche ciò che mi costringe a confrontarmi, a non adagiarmi, a trovare soluzioni: un aspetto che negli anni è diventato un tratto importante del mio carattere”.

So che in ogni volto c’è un racconto che aspetta di essere riconosciuto

foto di Daniela Martin per Fongaro
foto di Daniela Martin per Fongaro

Raccontare chi fa il vino: è un atto di fiducia nel tempo e nella condivisione

Anche chi produce vino lavora con una materia viva, imprevedibile, che è la natura. Questa componente di rischio, di attesa, di fiducia, è ciò che Daniela sente più affine al suo modo di approcciarsi alla vita. Come fotografa, infatti, anche lei lavora con variabili che non è possibile controllare del tutto: la luce che muta, un gesto che accade una sola volta, un’espressione che non si ripete perché, semplicemente, è già stata. “Raccontare chi fa vino significa raccontare di un atto di fiducia nel tempo. Mi interessa raccontare queste persone forse proprio perché mi assomigliano. Producono qualcosa che non è solo per sé, ma per gli altri. Il vino nasce per essere condiviso: è un atto generoso. E credo che sia proprio questo il punto di contatto più profondo tra me e chi fa vino: la capacità di ascoltare ciò che accade, di accettare l’imprevisto e trasformarlo in valore”.

foto di Daniela Martin per Consorzio Vini Trentino
foto di Daniela Martin per Consorzio Vini Trentino


“Il mio modo di lavorare assomiglia a una vendemmia perché richiede tempo, ascolto, presenza”, dice Daniela, che insiste sui suoi punti fermi – delicatezza, dialogo, le domande giuste – e ci ricorda che non si può forzare una persona ad aprirsi, come non si può forzare un grappolo a maturare prima che sia il tempo giusto. “La fotografia, per me, è stata prima di tutto un’urgenza: un modo per dire ciò che a parole non riuscivo a esprimere. Con il tempo, ho capito che ciò che davvero raccolgo sono tracce: frammenti di identità, di storia, di lavoro. Come chi raccoglie l’uva sa che in ogni grappolo c’è già il vino che verrà, io so che in ogni volto c’è un racconto che aspetta di essere riconosciuto”.

patrizia leuzzi stylist le storie di un corpo

Appunti di una fashion stylist: quando il Girl Power dà una marcia in più

Sulla maternità e su quante storie può raccontare un corpo, se si impara ad ascoltarlo. Patrizia Leuzzi, Fashion Stylist di ELLE Italia, ci racconta i retroscena del suo lavoro e che lavorare con le donne è “come lavorare con un’orchestra”, dove ciascuna riesce ad armonizzarsi con le altre in vista di un obiettivo comune

“Nel mio lavoro lavoro tanto a contatto con i corpi”. Esordisce così Patrizia Leuzzi, Fashion Stylist di ELLE Italia, che abbiamo incontrato mentre sta rientrando al lavoro dopo la sua prima maternità. Un nuovo capitolo della storia della vita di una donna in cui – si riesce facilmente a immaginare anche se non ci si è passate – naturalmente il corpo cambia e con esso cambia anche il modo in cui veniamo percepite dalle altre persone, il modo in cui occupiamo lo spazio, fisico, quando la pancia cresce, ma anche sociale, quando, di colpo, il nostro corpo risulta “interessante”.

Con Patrizia, che nel suo lavoro seleziona abiti e accessori per creare look in grado di valorizzare i corpi delle persone, parliamo proprio di questo: di corpi, di corpi che raccontano storie e di come funziona quella tensione continua tra immagine e apparenza, tra realtà e sogno, che rende efficace uno styling. “La moda spinge a cercare il bello dovunque. Ti proietta ogni volta in un mondo nuovo, ti racconta storie di posti magici sparsi per il mondo e di nuove idee, senza aver necessariamente bisogno di parole”. Quella di Patrizia Leuzzi è la settima storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Come riesci a capire in che modo valorizzare il corpo che hai di fronte, così che possa raccontare la sua storia?

“Ho imparato che spesso i corpi parlano in silenzio“, ci dice Patrizia “possono raccontare storie felici, ma anche avere segni che non parlano affatto di felicità. Sicuramente sono lo specchio dell’anima e dicono tanto sulle esperienze che hanno attraversato e che li hanno segnati. Penso spesso che, non avendone uno di riserva, un corpo vada nutrito in tutti i sensi“. La storia che racconta un corpo, secondo Patrizia, parte dagli occhi. “In tanti anni, ho imparato che gli occhi non mentono mai e raccontano davvero tanto, anche quello che a volte vorremmo nascondere. Subito dopo (grazie alla mia miopia cronica), ho sviluppato una grande capacità olfattiva e faccio sempre molto affidamento su quello che mi racconta l’odore di una persona“. Esattamente come quando si degusta un vino, che si parte prima da quello che si vede nel bicchiere – il colore, il modo in cui la luce gioca con il liquido, la consistenza – e poi quello che si sente, prima con il naso – sa di fiori? sa di frutta? sa di sale, di bosco o di mare? – e solo alla fine con la bocca.

“La mia regola d’oro quando devo individuare lo styling giusto per la donna che ho di fronte è fare ricerca, sognare, immaginare e ancora ricercare“, nella ricerca costante dell’equilibrio tra ascolto e immaginazione. A partire dal corpo.

Sei da poco diventata madre: che cosa ti ha insegnato il tuo corpo che si è trasformato durante la maternità?

“Da quando sono stata catapultata in questo, per me nuovo, ruolo di madre, mi sento la responsabile full time di un cucciolo d’uomo bisognoso di cure costanti. E l’ansia da prestazione è stata una costante”, ci racconta Patrizia, che si trova nel pieno di quella delicata fase di transizione, in cui, dopo aver fatto esperienza di cosa significa diventare madre, ora sta riprendendo nuovamente il ruolo sociale della donna lavoratrice. In questo periodo, i suoi sogni sono rivolti al piccolo arrivato da poco “Sogno di potermi sentire sempre all’altezza delle sue aspettative”.

Che sogni hai invece per tuo figlio,?

Prima che nascesse, Patrizia ci confida di aver pensato spesso a cosa avrebbe sognato per lui. “Temevo di non potergli promettere in futuro dei sogni all’altezza dei suoi desideri”, ci confida. Ma, ora che da qualche mese ha travolto le sue giornate con i suoi bisogni e la sua dolce simpatia ha le idee molto più chiare: “Mi ripeto spesso come un mantra che il mio più grande sogno – che però resta al tempo stesso la mia più grande paura di non riuscirci – è quello di riuscire a donare al mondo un animo gentile, un uomo che ama e rispetta le donne e la vita“. Essere madre di un maschio oggi è davvero una grande responsabilità. In questo senso, cosa sogni per le donne che ti capita di incontrare? “Sogno che le donne possano trovare la loro strada e scegliere il lavoro dei loro sogni. Sogno davvero che possano uscire e vivere, vivere senza paura, realizzarsi e ridere sorseggiando sempre un calice di buon vino“.

Patrizia, che come stylist di un magazine femminile lavora moltissimo con le donne, ha molto da dire su questo. “Lavorare con le donne è come stare in un’orchestra, in cui tutti i suoni trovano naturalmente la giusta collocazione, come in un concerto da ricordare. Oltre a orientare le proprie visioni in vista di un obiettivo comunque” aggiunge “le donne sono accomunate solitamente anche dalla caparbietà nel portare a termine i progetti e da un inarrestabile entusiasmo. Il Girl Power ci dà sempre una marcia in più”.

francesca gonzales

La bellezza di cambiare

E poi un bicchiere di vino, una crescentina, una passeggiata in collina e un pizzico di magia. Dopo aver deciso di mollare tutto e cominciare una nuova vita, di nuovo, Francesca Gonzales ci ha parlato della bellezza di cambiare, anche quando la paura è grande

Forse non è vero che i gatti hanno nove vite. Ma Francesca Gonzales sì. La incontriamo all’inizio della sua vita numero cinque. Da Sassuolo a Milano e ritorno, dopo aver lavorato nelle vendite, nel marketing, nella comunicazione e aver aperto un blog di cucina (“perché mi annoiavo!”) a 46 anni ha deciso di mollare tutto. Un’altra volta. Ignorando quel che per la maggior parte delle persone è un fatto – cioè che dopo i quaranta è più facile considerarsi “alla fine” delle cose – oggi è una Digital Coach Umanista e del suo lavoro dice che “lavorare con le donne soprattutto, con le loro storie, la loro motivazione e la loro forza, è impagabile”. Con lei abbiamo parlato della bellezza di cambiare, anche quando la paura è grande. Il segreto? “Imparare ad ascoltarsi“. Quella di Francesca Gonzales è la sesta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

“Sono nata a Sassuolo, ho studiato Belle Arti a Bologna, poi ho lavorato e vissuto per vent’anni tra Torino e Milano, occupandomi di vendite, eventi, content marketing e digital marketing per una multinazionale televisiva. Nel frattempo avevo anche aperto un blog di cucina… perché mi annoiavo!” ci racconta Francesca Gonzales. “Nel 2021 ho deciso di mollare tutto. Mi sono presa un periodo di pausa per capire cosa volevo e ripartire da me”. Francesca allora ha 46 anni e da lì vive da sola un anno e mezzo a Roma, città dove aveva sempre voluto vivere e che si è data la possibilità di esplorare. Lì realizza un altro sogno nel cassetto “ho frequentato un master di coaching umanistico e sono tornata a casa, in Emilia, tornando simbolicamente al punto di partenza e ho iniziato a lavorare soprattutto con le donne. Un viaggio di andata e ritorno che amo festeggiare con un bicchiere di vino in mano!”.

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne

Ogni volta che hai cambiato vita, come hai fatto a capire che era il momento giusto?

“Per me il cambiamento non è mai stato qualcosa di programmato: è sempre stato un’esigenza che arrivava da dentro, una necessità. Vivo ogni momento come una nuova esperienza che mi permette di crescere, fare esperienza e rinnovarmi. Credo che sia così per tutti: la differenza, secondo me, sta nel riuscire ad ascoltarsi“. E il tempo che passa? “Ho imparato a viverlo come necessario per mettere a frutto e avviare i processi del cambiamento. Vivo e mi gusto il percorso, come se fosse una crescentina (o tigella, come forse la conoscete voi), che è un po’ il mio cibo simbolo, perché è un cibo semplice, che chiama le persone a sedersi insieme. Dentro può contenere ripieni diversi, ma alla fine, gira e rigira, riempio sempre la prima e l’ultima di pesto di lardo, aglio e rosmarino. Perché alcune cose, anche dopo mille cambiamenti, restano casa“.

Ma tu non hai paura di cambiare?

“Certo che ho paura. Quest’anno, per esempio, ho scoperto la paura di restare senza soldi mentre ristrutturavo casa, mentre l’anno scorso temevo per la mia vita affrontando una brutta polmonite. Ho passato momenti davvero difficili, ma quello che ho capito grazie a queste esperienze è che non dobbiamo forzarci a scacciare le paure a tutti i costi: è più utile viverle e ascoltarle quando arrivano. La paura fa parte della nostra vita, esattamente come la felicità. Dobbiamo attraversare tutte le emozioni, perché sono quelle che ci rendono umane”.

Cosa aiuta quando ci sentiamo bloccate dalla paura?

“Sono tanti anni che lavoro su di me e ho imparato ad allenare il mio ascolto interiore. Negli ultimi cinque anni mi sono riconnessa alla natura, alle stagioni, alle fasi lunari. Ho capito che non siamo separate da ciò che ci circonda: siamo parte di un unico grande movimento e da quando ho abbracciato tutto insieme mi sento molto più allineata alla vera me. Prendi il cibo, per esempio. Il cibo è gioia, è presenza, è condivisione. È un gesto d’amore, un modo silenzioso di dire “ti vedo”, “ti voglio bene”, “sei a casa”.  Cucino per stare bene, per creare legami o renderli più forti. Non mi piace il cibo che deve stupire, non credo che servano grandi cose: a volte basta un pezzo di pane e un filo d’olio per sentirsi pieni. Non solo nello stomaco”.

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne

Siamo all’inizio dell’anno, periodo in cui la voglia di cambiare si fa più intensa: hai un consiglio per chi vorrebbe trovare il coraggio di cambiare?

Negli anni, sui social soprattutto (dove la trovate come @lagonzi), Francesca ha raccontato tanto anche della sua vita personale: “la separazione, le mancate gravidanze, le difficoltà della vita quando ero una “fuori sede”, i momenti di sconforto quando ho perso persone care. Tutto questo, insieme alla mia esperienza lavorativa e a come ho affrontato i cambiamenti, ha fatto capire a chi mi segue che è possibile cambiare in qualsiasi fase della vita. Sì, anche alla soglia dei cinquant’anni. Molte donne si sentono vicine alla mia esperienza, ai miei cambi di vita, al mio vissuto. Oggi lavoro con agenzie, aziende e piccole imprese, ma l’energia che mi danno le donne, con le loro storie, la loro motivazione e la loro forza, per me è impagabile”.

Cosa ti piace soprattutto di quello che stai facendo ora e che vorresti portare anche nel 2026?

“Lavorare con le donne per me è impagabile. Perché abbiamo una luce che non si spegne, anche quando è coperta dalla stanchezza o dalla paura. Le donne hanno il desiderio profondo di essere indipendenti, di trovare un modo di lavorare che le faccia sentire allineate, rispettate, vive. Vogliono farcela senza tradirsi, restando fedeli ai propri valori. E, anche quando non lo dicono ad alta voce, hanno tutte la stessa domanda: “Posso farlo a modo mio?” e per me la cosa più importante è lasciarle libere di essere se stesse. Lavorando con tante donne diverse, imparo continuamente a conoscere mondi nuovi e modi differenti di vedere le cose. Una cosa che mi sentirei di dire a tutte è che brindiamo troppo poco, secondo me: dovremmo farlo più spesso e celebrare sempre i nostri successi anche piccoli, ma la vita è fatta anche di quelli. Quindi più brindisi quest’anno!”

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne
eleonora beatrice casati pulvera leadership

La leadership della circolarità

In un settore tessile, storicamente maschile come quello del vino, Eleonora e Beatrice Casati con Pulvera trasformano gli scarti in valore, unendo radici familiari, sostenibilità e una leadership che sceglie, delega, sostiene e sa quando dire no

Eleonora e Beatrice Casati sono la terza e la quarta di quattro fratelli. Beatrice è anche CEO dell’azienda di famiglia, la Casati Flock, e, circa un anno fa, lei ed Eleonora hanno fondato Pulvera, una startup che trasforma lo scarto della produzione tessile in tutto quello che la loro creatività riesce a immaginare (e il loro business plan a sostenere). Tra sostenibilità , sorellanza e una buona dose di pragmatismo, stanno dando un nuovo significato non solo alla polvere di velluto, ma anche alla leadership, in un settore che, come accade anche in quello del vino, essere una donna ed essere giovane comporta fare più fatica per tutto. “Ma quando le aspettative su di te sono così sbagliate”, dicono, “puoi anche smettere di dar peso a quello che la gente pensa di te e andare dritta verso il tuo obiettivo, anche se all’inizio spaventa”. Quella delle sorelle Casati è la quinta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Eleonora Casati con Cremino, il primo dei prodotti di Pulvera, un pouf di design che prende vita dagli scarti dei tessuti

Anche quella di Pulvera è una storia di trasformazione, da scarto del velluto a materia prima che si rinnova e ispira. Eleonora e Beatrice Casati ereditano un’intuizione del nonno e la reimmaginano con il proprio sguardo avendo il coraggio di portare il loro materiale là dove si decide: tra designer, architetti e fiere nazionali e internazionali. Insieme, e con alle spalle una madre che le supporta in tutto e per tutto – “anche dicendoci quando sbagliamo, è pur sempre nostra madre” -, attraversano diffidenze e stereotipi del settore tessile, ancora fortemente maschile, riuscendo nell’impresa di costruire credibilità. Le abbiamo incontrate e ci hanno raccontato come si cresce restando fedeli alle radici, cosa si impara dicendo “no” e perché la stima reciproca e il coraggio di spostare lo sguardo possono, davvero, fare impresa.

Le sorelle Casati con la madre e il nonno

Eleonora e Beatrice Casati: cosa vuol dire essere giovani imprenditrici

Dove gli altri nascondono la polvere sotto il tappeto, le due sorelle Casati ci hanno invece fatto una startup. Idee, visione ampia e velocità per aprire alternative quando gli altri vedono muri (“lei è un bulldozer, quando ha un’idea va avanti e raggiunge il suo obiettivo e ti trascina con lei, infatti anche io non ho saputo dirle di no quando mi ha chiesto di prendere le redini di Pulvera insieme a lei”, dice Eleonora di Beatrice), sono le basi di una leadership, condivisa tra le sorelle, che sceglie, delega, sostiene e sa anche quando dire no. “Per me” dice Beatrice “essere imprenditrice significa anche sapere su cosa puntare e su cosa invece lasciare andare. Non piacere a tutti, ma sapere esattamente chi si vuole con sé, questa è la cosa più importante che ho imparato finora”.

La polvere di velluto riutilizzata da Pulvera


Nel tessile, come nel mondo del vino e in altri settori dove tradizionalmente la presenza degli uomini nei luoghi di comando era superiore a quella femminile (ma le donne ci sono sempre state, in vigna come in filanda), essere giovani ed essere donne significa spesso partire in salita. E poi, “il pregiudizio del ‘sei qui perché è l’azienda di famiglia’, è un’altra richiesta implicita che devi dimostrare più degli altri”, raccontano Beatrice ed Eleonora. La loro è una strategia interessante: tanta pazienza, ascolto e rendere la competenza sempre visibile. “Smettere di voler convincere tutti, anche questo è stato un altro grande passo”. La stima tra le sorelle è reciproca e le loro competenze complementari. Il background economico di Beatrice è fondamentale per dare direzione, mentre le capacità relazionali di Eleonora e i suoi studi di storia e tecnica della moda le danno le basi necessarie per immaginare il futuro di Pulvera e tutti gli ambiti di applicazione. 

Eleonora e Beatrice nella sede della Casati Flock con i tessuti da riciclare

Quando saper dire di no ti salva

La sera prima della prima fiera di Pulvera, a novembre dell’anno scorso, Eleonora e Beatrice hanno brindato a cena con la madre. Un gesto semplice che ha condensato mesi di lavoro e la vertigine dell’inizio: “un in bocca al lupo che per noi è stato insieme un punto di arrivo e l’inizio di un capitolo nuovo.”. Il giorno dopo sarebbe arrivata un’attenzione inattesa, a confermare che la direzione era quella giusta. “La circolarità per noi non è un trend, ma una componente fondamentale della nostra storia aziendale. Riutilizziamo gli scarti sin da quando nostro nonno lo faceva con la polvere di scarto del velluto”.

Idee, visione ampia e velocità di problem solving che apre alternative quando gli altri vedono muri

La domanda crescente del lusso per i materiali riciclati, le nuove norme e l’intuizione di portare quel materiale direttamente a chi sceglie, trasformando uno scarto in leva creativa e di business, portano le due sorelle a tradurre un’intuizione del nonno in un vero e proprio business plan. Il vero salto non è tecnico, ma di sguardo: dal ruolo di fornitore invisibile a partner creativo dei brand; dal voler piacere a tutti al selezionare chi condivide visione; dal controllo totale alla delega e alla priorità, per concentrare energie su ciò che conta davvero.  Anche il “no” diventa strategia, protezione del tempo e qualità delle relazioni. “Saper dire di no ti salva” dicono, “e non c’è niente di male a dirlo quando serve”.

camilla mazzanti

La curiosità è amplificare la voce di ciò che solitamente rimane silenzioso

Musicista sinfonica ed esploratrice del regno fungino, Camilla Mazzanti con Fungotropia racconta la forza gentile della curiosità: cambiare prospettiva, accettare l’incertezza, intrecciare relazioni come un micelio tra natura e suono

Due anime che si parlano: natura e musica. Tra boschi e partiture, Camilla Mazzanti, fungarola e musicista, coltiva un diario d’apprendimento che trasforma la paura in permesso creativo e la curiosità in comunità. L’abbiamo incontrata sul principiare dell’autunno, quando il suo progetto – Fungotropia, una newsletter dove i funghi diventano una lente per guardare il mondo “dal basso verso l’alto” – compie un anno. Uno sguardo, il suo, che ci insegna a immaginare più in grande. La sua, è la quarta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che raccoglie storie belle per rifiorire.

Camilla Mazzanti è una violinista della Filarmonica Toscanini di Parma. Ed è una grande appassionata di funghi. L’ascolto allenato in orchestra, per lei, si traduce nel bosco in attenzione al dettaglio, ai ritmi lenti, alle relazioni invisibili. Dedizione, disciplina e relazione, elementi centrali nella musica, ritornano anche nell’osservazione dei funghi: il micelio come partitura nascosta, l’osservazione come esercizio quotidiano. E così anche l’immaginario sonoro si apre, con le tante voci che Camilla raccoglie e ogni mese riporta nella sua newsletter. Due mondi che non si sommano, ma si fecondano a vicenda. “In fondo” ci dice, “anche la musica nasce dallo stesso impulso della vita fungina: il desiderio umano di celebrare la propria presenza e di esprimere la propria relazione con ciò che lo circonda.”

La curiosità come una bussola per orientarsi nel bosco come nella vita

Tutto ha inizio dopo il Covid, con un ritorno alla natura che per Camilla diventa una pratica quotidiana di cura e di consapevolezza di sé: le sue passeggiate nel bosco diventano veri e propri rituali, dove anche guardare il succedersi delle stagioni affina il senso dei tempi lunghi, del ciclo vita-decomposizione-rigenerazione che i funghi incarnano. “Mi sono accorta che è stupendo poter ammirare il susseguirsi delle stagioni e ho scelto di non farne mai più a meno”. Vive ancora in città, ma ha allenato lo sguardo ai piccoli segni che la natura porta sempre con sè: un profumo, un colore, un fungo che fa capolino al fianco di un albero. A guidarla, la sua curiosità. Un’attitudine che la spinge a uscire, osservare, fare domande e a collegare i funghi a geografie, culture e biografie: “Nel mio zaino da esploratrice la curiosità non manca mai”. Così un incontro casuale nel sottobosco si trasforma in traccia, confronto e apprendimento continuo, alimentando una mappa sempre più ricca di conoscenza e di relazione. “Lo smartphone è il mio taccuino visivo, ma anche uno strumento di condivisione con chi è più esperto di me e a cui chiedo pareri e confronti”. 

La paura di “non essere all’altezza”, il permesso creativo e la forza della condivisione: come nasce Fungotropia

In questi giorni, Camilla festeggia il primo compleanno di Fungotropia, la newsletter che ha iniziato a scrivere per tracciare connessioni tra il mondo dei funghi e il nostro mondo. “Non è solo una tappa importante o un brindisi da ricordare: è la prova che la curiosità, resa pratica e condivisa, può generare comunità. Un brindisi che celebra il coraggio di iniziare, l’umiltà di imparare e la gioia di una comunità che cresce come un bosco”. Per arrivare a pubblicare il primo episodio, il percorso non è stato facile. Come spesso accade, anche per lei il sentirsi non all’altezza è stato una soglia da attraversare. “Mi chiedevo: ma chi sono io per parlare di funghi?”. Ma per lei condividere è far circolare idee capaci di generare altre idee. E supera questa paura che la blocca, pensando a cosa farebbe se fosse un fungo. “Ho pensato al micelio, che è ciò da cui un fungo nasce, cresce, si nutre e comunica con gli altri funghi. Il micelio cresce sempre per contatto e diventa scambio, reciprocità”. 

I funghi appaiono e scompaiono, costringono a sospendere il controllo e a coltivare presenza, pazienza, meraviglia

Così, decide di aprire uno spazio diverso, e tutto suo: una newsletter-diario per imparare insieme al suo pubblico, senza cattedra, accogliendo il processo e l’errore. “Mi sono concessa la possibilità di utilizzare Fungotropia come progetto creativo, un diario di appunti di qualcuno che sta imparando e che vuole condividere con altre persone che, magari, sono su un percorso simile e sono curiose di scoprire”. La paura non scompare, ma viene incanalata e così attiva relazioni nutrienti. Uscire dai confini della propria formazione non è facile, ma Camilla riesce pian piano a creare un ecosistema intergenerazionale e appassionato tra fungaioli, micologi, artisti, autori. O semplici persone curiose come lei. Gli scambi online prolungano il bosco nello spazio digitale e fanno emergere connessioni inedite. Il risultato è un capitale relazionale che alimenta tanto il progetto quanto le persone che ne fanno parte. Proprio come un fungo con il suo micelio!

camilla mazzanti

Cambiare prospettiva: guardare in basso per immaginare in grande

La prossima volta che vi troverete a camminare in un bosco, fateci caso. Di solito, tendiamo a guardare verso l’alto, per cercare la luce e il cielo tra gli alberi. Non certo sotto ai sassi o tra le radici (a meno che non stiate andando proprio per funghi!). L’esercizio di curiosità che propone Camilla è proprio quello di spostare lo sguardo, dalle cime al sottobosco, per immaginare cose diverse. La cosa più sorprendente è quella che lei, nel raccontarsi a Talea, chiama epistemologia dell’incertezza: “i funghi appaiono e scompaiono, costringono a sospendere il controllo e a coltivare presenza, pazienza, meraviglia”, dice Camilla. Questo ribaltamento di prospettiva diventa un allenamento creativo: imparare a vedere ciò che è marginale, umile, nascosto e farne una fonte di senso. “La sorpresa è parte del gioco e plasma uno sguardo più elastico”. I funghi sono un promemoria della transitorietà: fioriscono e svaniscono rapidamente, abitano il confine tra vita e deperimento, trasformano ciò che muore in nutrimento. Nel folklore europeo diventano messaggeri del tempo che scorre, tra incanto e inquietudine. “Sbucano all’improvviso, restano lì pochissimo e poi spariscono, come a ricordarci che nulla dura per sempre.” Questo sguardo aiuta a fare pace con il cambiamento: nulla è per sempre e proprio per questo ogni apparizione va accolta con gratitudine.

giulia ciampolini guida galattica enostappisti newsletter vino

Va dove ti porta il… vino

Giulia Ciampolini è un’esploratrice del mondo del vino. Ogni mese la sua newsletter, la sua Guida Galattica per Enostappisti, accompagna le persone alla scoperta di qualcosa che prima non sapevano e ci insegna che quando decidiamo di fermarci alla prima impressione, spesso ci perdiamo tutto il divertimento

Ho iniziato a seguire Giulia Ciampolini – 32 anni da una manciata di settimane, sommelier, esperta di comunicazione digitale del vino e crossfit addicted – per il titolo della sua newsletter. L’ispirazione è chiara ed è il romanzo di Douglas Adams “Guida Galattica per Autostoppisti”, una storia che ho amato molto e grazie a cui non viaggio mai senza un asciugamano. Da quando seguo Giulia non viaggio mai anche senza apribottiglie, ma questa è un’altra storia. O forse no. Perché se c’è una cosa che mi ha insegnato quel romanzo è che, per quanto ci si possa sforzare, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto non solo non può che essere (spoiler) 42, ma soprattutto non capirò mai il perché e va bene così. Nella sua Guida Galattica, invece, Giulia Ciampolini si e ci pone sempre un sacco di domande e ci regala un sacco di buone bottiglie come risposta. A lei, che di calice in calice ci ricorda che quando decidiamo di fermarci alla prima impressione, spesso ci perdiamo tutto il divertimento, abbiamo dedicato la terza puntata di Talea, il progetto editoriale di Vite che raccoglie storie belle per rifiorire.

Oggi il vino è il mio posto sicuro. Dove sento di potermi esprimere liberamente. 

Giulia, perché una newsletter sul vino?

Per gioco! È stato durante la pandemia. C’era ancora Twitter e lì un giorno una ragazza mi chiese di fare un post sui vini da acquistare online, per tutte le persone in zona rossa. Iniziai a pubblicare un vino al giorno su Instagram. Con la fine della pandemia dovetti tornare in ufficio, il mio tempo a disposizione si dimezzò e così smisi di pubblicare. Flashforward a un paio di anni dopo: conosco per caso la piattaforma Substack e penso che sarebbe figo trasformare quel tentativo in una newsletter sul vino che arriva una volta al mese. Volevo essere libera dal lunatico algoritmo che regola le logiche di Instagram e soprattutto esonerata dal dover impazzire per fare reel. C’è qualche esempio sul mio profilo Instagram abbastanza imbarazzante. Così ho iniziato a consigliare bottiglie – secondo me – meritevoli, link con articoli per esplorare il mondo del vino e raccontare le basi della degustazione per chi vuole capirlo meglio, una parola o concetto alla volta alle persone appassionate di vino, che ho chiamato affettuosamente “enostappisti”.

giulia ciampolini guida galattica enostappisti newsletter vino

Chi sono gli enostappisti e le enostappiste?

Onestamente non ne avevo idea fino a qualche settimana fa. Poi ho deciso di creare la Guida Galattica per Enostappisti 3.0, passando da una newsletter a un corso di approccio al vino un po’ atipico: così ho pubblicato un sondaggio, per capire il potenziale interesse di chi mi segue. Posso dirti, in base ai risultati raccolti finora, che tra il pubblico attuale ci sono alcuni sommelier, persone che conoscono il vino, ma anche tante persone che vorrebbero solo saperne di più. Un bel mix! 

Il vino per te è stato amore a prima vista?

Curiosità a prima vista, sicuramente. Poi abbiamo avuto un rapporto caratterizzato da alti e bassi. Ho incontrato il vino per la prima volta mentre scrivevo la tesi di laurea magistrale in Inghilterra. Non sapevo bene quale argomento scegliere, sapevo solo di voler parlare di Made in Italy. Un giorno, per caso, mi imbattei in un articolo del Sole 24 Ore in cui veniva menzionata la crescita del comparto in Italia. Era il 2015: scrissi la tesi sull’utilizzo dei social media da parte di Frescobaldi, Masi e Banfi. Dopo la laurea tornai in Italia, mi iscrissi a un master sul marketing del vino, diventai sommelier e iniziai a lavorare per un imbottigliatore. Oggi lavoro per un’azienda che ha come obiettivo quello di comunicare il vino al meglio e mi occupo di comunicazione digitale e di marketing nel settore enologico. Ma il vino è sempre il mio posto sicuro. Dove sento di potermi esprimere liberamente. 

Il tuo abbinamento cibo+vino preferito?

Pizza e lambrusco, senza ombra di dubbio.

L’abbinamento che invece piace a tutti tranne che a te?

Ostriche e Champagne. Quando mangiavo pesce, le abbinavo con il Muscadet sur lie. Sono una grande fan degli abbinamenti territoriali.

Il vino è un ottimo pretesto per…

Viaggiare, conoscere se stessi, conoscere nuove persone, fare sport tutti i giorni, mettersi in discussione, leggere, studiare, mangiare, insomma, vivere.

giulia ciampolini guida galattica enostappisti newsletter vino

La domanda più strana che hai ricevuto dalla community enostappista?

Negli anni ho scoperto che gli enostappisti e le enostappisti sono persone molto attente e le loro domande di solito sono di approfondimento sugli argomenti trattati nella newsletter o consigli su vini da comprare. Invece, non potrò mai dimenticarmi quello che mi disse una ragazza che conoscevo poco, ma che, venne fuori per caso, era appassionata di vino e leggeva la mia newsletter. È stato durante un momento abbastanza difficile, ero molto stressata per il lavoro e un infortunio che mi aveva tenuto lontano dal box di crossfit per un po’; non dico che volessi smettere di scrivere, ma ero molto affaticata e mi domandavo spesso che senso avesse la mia newsletter. Un giorno, parlando con una ragazza è venuto fuori che non si è mai persa un episodio della Guida, sin dal primo che ho pubblicato. Mi ha scaldato il cuore. Ho pensato che, se esiste un senso al pubblicare questa newsletter, sta tutto lì, nelle persone che ci sono dall’altra parte e che mi leggono.

Un consiglio che daresti alle persone che ti stanno leggendo in questo momento?

Non abbiate paura di fare domande: al sommelier dell’Esselunga, all’enotecario sotto casa, a Google, ma anche a voi stessi e voi stesse: ascoltatevi, fidatevi del vostro gusto personale e diffidate invece dei dogmi. La chiave per un buon abbinamento, la risposta alla domanda fondamentale dell’universo del vino, sta tutta qui.

La prossima puntata della Guida Galattica per Enostappisti sta per uscire, parla anche di Vite e ci si iscrive QUI. Oppure potete seguire Giulia su Instagram, dove la trovate come @ciampovini

ottavia mapelli talea

Regalo occasioni ai sogni che non sai di avere

Ottavia Mapelli è una Travel Designer, amante delle piccole cose e delle grandi storie. Per lavoro regala alle persone occasioni di crescita attraverso i sogni che non sanno di avere. Ottavia è astemia, ma ama il vino come espressione di una terra e delle genti che la abitano. La sua è la seconda storia di Talea

Diciamo spesso che il vino è un ottimo pretesto. Per conoscere persone nuove, per svoltare una giornata, per imparare la storia e gli usi di un territorio, per insaporire il risotto (sì, siamo sincere, anche per questo), per condividere parti della nostra vita e così renderle più leggere, per viaggiare grazie ai profumi e ai sapori che ci intrigano dal bicchiere. La seconda storia di Talea è quella di Ottavia Mapelli, Travel Designer, amante delle piccole cose, del verde e delle grandi storie. Per lavoro regala alle persone occasioni di crescita attraverso i sogni che non sanno di avere. Ama scrivere, ha girato l’Italia in bicicletta, doveva finire negli Stati Uniti, ma poi ha fondato un Tour Operator per viaggi a piedi. È astemia, ha una grande passione per il caffè, ma ama il vino perché anche per lei è un pretesto per conoscere davvero una terra e le genti che la abitano. L’abbiamo incontrata che è appena tornata a vivere in Alta Brianza dopo quasi dieci anni a Firenze: ha lasciato il porto sicuro di quella che era la sua casa e il suo posto fisso e ha appena iniziato la sua avventura come freelance insieme al suo cane, un levriero di nome Finn, come l’avventuriero di Mark Twain.

Ottavia, se dovessi raccontare il tuo viaggio, quale sarebbe il punto di partenza?

Non sono una persona che viaggia da tutta la vita. Da bambina facevo piccoli viaggi insieme ai miei genitori – Toscana, Liguria, Piemonte – ma sono molto grata perchè hanno sempre cercato di stimolare la mia curiosità ed educarmi al bello in ogni sua espressione. Da allora, viaggiare è per me una rivelazione. In quello che considero il mio primo viaggio da adulta, un lungo giro in bici attraverso l’Italia da Milano a Santa Maria di Leuca, mi sono ritrovata. Quello che mi si è rivelato è un Paese molto meno grigio di come me lo immaginavo. Viaggiare mi aiuta a non sentirmi sola e che anzi viviamo un po’ tutti la stessa vita, sogniamo e vogliamo le stesse cose, anche se abitiamo in posti diversi. Sentire il Catalano e pensare al tuo dialetto, scoprire che i briganti che popolavano i tuoi boschi altrove si chiamano in un altro modo, ma compivano le stesse gesta; vedere al collo di una guida giordana la stessa collana che da sempre indossa mia mamma. Questo è forse quello che amo di più, le piccoli grandi rivelazioni che svelano quanto siamo tutti legati.

Il tuo lavoro è fare la Travel Designer. Ci racconti di cosa si tratta?

Più che a un ruolo, mi piace pensare di essere al centro di un piccolo laboratorio di viaggio. Per le persone che si affidano a me creo viaggi da zero, costruendo un itinerario sulla base dei loro sogni, desideri e aspettative, oppure lavoro su un itinerario che hanno già pronto ma che non li soddisfa, capendo insieme a loro cosa può essere migliorato, a cosa si può “infondere meraviglia” perché arrivi a soddisfarli completamente. Il tutto senza appiattire la complessa, ricchissima identità dei luoghi ospitanti.

Perchè amiamo così tanto viaggiare?

Le persone viaggiano per i motivi più semplici a cui riusciamo a pensare: per divertirsi, staccare, vedere nuovi luoghi, riposarsi. Un viaggio non deve necessariamente essere un’esperienza rivelatoria o trasformativa. Sempre più persone, però, si mettono in viaggio perché desiderano – coscientemente o meno – cambiare qualcosa in sé stessi o nella loro vita, perché si convincono che se ti muovi, qualcosa succede sempre. Viaggiamo per imparare o realizzare altrove qualcosa che non riusciamo a trovare dove abitiamo; per nutrire a fondo una passione, sentirsi utili, provare qualcosa che scuota ed emozioni, inseguire un’inspiegabile nostalgia per luoghi non vissuti. Per sentirsi parte di una comunità, sfidare un proprio limite, cambiare una prospettiva che percepiscono come limitante. Per trovare un luogo più comodo e accogliente, anche solo per qualche giorno. Ricordo una volta un signore di 80 anni che non aveva mai visto l’Italia dopo averla sognata e studiata per tutta la vita perché aveva creato una lista di luoghi ed esperienze, per altre persone. E io ho fatto in modo che le vivesse tutte. Mi ha detto che non si era mai sentito così felice in tutta la sua vita. Per me questa è una consapevolezza potentissima.

Stiamo entrando nell’ultimo mese di primavera, il momento in cui la natura rinasce: hai mai avuto un’esperienza di rinascita?

Direi che, forse come tutti, ho vissuto tante piccole rinascite, alcune più difficili di altre.  L’ultima è sicuramente la scelta di tornare in provincia dopo otto anni trascorsi a Firenze e, contemporaneamente, lasciare in parte il mio lavoro da dipendente per dare vita al mio progetto freelance. Un rientro al nido, la casa a cui avevo giurato non sarei tornata. Sono cambiate tante cose tutte insieme – nuova quotidianità, nuovo lavoro, nuova casa, nuova macchina, nuova terra, nuovo compagno di vita, il mio cane Finn – e come sempre le ho affrontate senza forse gustarmi a fondo la consapevolezza che stesse iniziando un nuovo capitolo della mia vita. Sempre io, eppure tutto era profondamente diverso. Per otto anni ho vissuto in un certo modo, con abitudini e piccoli rituali, come passeggiare lungo l’Arno, quando avevo bisogno di pensare e dove ho trovato il coraggio per farla accadere questa rinascita. La prima mattina della mia nuova vita temevo di provare nostalgia e, invece, di tutte quelle cose così importanti non sentivo più il bisogno. Ne ho subito adottate di nuove, guardandomi intorno per capire come riempire il mio nuovo spazio. In una delle mie citazioni preferite, Hemingway dice: “trapiantarsi è necessario all’essere umano come ad ogni altra cosa che cresce” – ecco, io mi sono sentita trapiantata. Ora mi toccava solo crescere. 

Il segnale che la pianta della vite si sta risvegliando è quello che viene chiamato il pianto: è così anche per noi, secondo te, per rinascere bisogna piangere?

In Toscana, in effetti, si dice “piangere come una vita tagliata” – una delle tante espressioni che ho imparato quando mi sono trasferita a Firenze. Per me, l’atto stesso di piangere ha in effetti rappresentato una bella rinascita, perché piango molto raramente e davanti alle lacrime altrui, generalmente, provo irritazione o disagio. In questo mi ha molto aiutato la terapia. E l’ultima sera prima di lasciare Firenze ho pianto per ore – un pianto disperato e liberatorio, che non sembrava finire mai, in cui ho liberato tutto quello che ancora doveva rimanere in quel bellissimo capitolo ormai finito della mia vita. 

Il vino per te è …

Il vino per me è un bellissimo mistero a cui tento di accedere più che posso. Non posso, infatti, bere vino; ho una condizione che mi impedisce di bere (o assaggiare) più di due sorsi di qualsiasi bevanda alcolica senza stare male. Ho deciso quindi di esplorarlo da qualsiasi altra angolazione possibile. Nel mio lavoro, mi è capitato di sviluppare wine tour, così, dato che non posso berlo, ma volendo cercare di conoscere il prodotto al meglio delle mie capacità, ho iniziato a studiare, esplorare, soprattutto parlare e fare domande a chi il vino lo produce. Quando visito una cantina, mi faccio raccontare la storia, parlo e fotografo le persone, mi faccio spiegare come i fattori ambientali specifici del territorio influenzano le caratteristiche del vino; osservo gli acini e le foglie, chiedo quali sono le etichette preferite e perchè, di che materiali sono le botti, come questo andrà ad impattare le note aromatiche. Guardo la grafica delle etichette. E naturalmente mi affido a chi ne sa ben più di me, trovo produttori e sommelier di fiducia a cui chiedere. Mi piace l’idea di aver creato con il vino un rapporto che va oltre il mio non poterlo, in effetti, consumare. E quando proponi una cantina, la racconti e inserisci nella struttura del tour in tutta la sua complessa identità umana e terrestre; c’entra il gusto, certo, ma anche il design, le persone, l’idea, la terra, il territorio. 

Su Instagram ogni mese proponi un amuleto di viaggio, piccoli mantra per il mese a venire o una sorta di piccolo oroscopo del viaggiatore o della viaggiatrice: ce ne lasci uno, per noi e per chi sta leggendo la nostra chiacchierata?

Gli amuleti di viaggio hanno la forma di immagini che mi ispirano e che mi fanno pensare al mese in arrivo. Li pubblico insieme ad alcune frasi, consigli poetici, indicazioni oracolari, piccoli mantra per il mese a venire. Realizzarli è un esercizio che mi diverte e stimola la parte più intuitiva, rituale e astratta di me stessa, la stessa a cui attingo quando leggo i tarocchi. Se dovessi trovarne uno per voi, donne di Vite, mi viene da pensare che la talea è una parte di pianta che sa rimettere radici, trasformandosi in qualcos’altro – una parte che diventa di nuovo un tutto. In musica, si parla di Talea quando lo stesso schema ritmico è ripetuto per tutta la composizione; succedeva nelle composizioni sacre, ma anche nell’ipnotica, gioiosa musica indiana: una sorta di mantra in musica. Mi sembra, quindi, che la chiave qui sia nell’invincibile capacità di riprodursi, nel ripetersi eppure creare qualcosa di nuovo. È un esercizio di perseveranza e coraggio – si cresce e ci si propaga creando nuovi modi per esprimersi, abbandonando parti forse ferite, forse pesanti. Arricchendo nuovi suoli. Vi auguro un futuro che sia una continua talea: trapiantarsi, sbocciare, sempre fedeli alla parte di noi stesse che ci nutre nel profondo. 

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La sorellanza ci salverà: abbiamo parlato con Isabelle Perraud, la vignaiola francese che ha dato il là al #MeToo nel mondo del vino (anche italiano)

La prima storia di Talea è quella di Isabelle Perraud, fondatrice dell’Associazione Paye Ton Pinard

Questo articolo, come tante altre cose di questi tempi, nasce da una storia su Instagram. E da un articolo uscito su Repubblica che riporta i dati delle aziende vinicole che in Italia sono guidate da donne: spoiler, soltanto il 12,5% ha un Amministratrice Delegata. Mi ha fatto pensare che la storia delle donne nel mondo (e in generale) sia una specie di montagna di Sisifo: ogni mattina una donna si sveglia e sa che dovrà trasportare la sua personale roccia fino in cima, per poi ricominciare da capo l’indomani. Perché non è vero che il mondo del vino è un mondo di uomini, lo sono solo le posizioni di potere al suo interno. Le donne, infatti, in vigna e in cantina ci sono sempre state, lo si vede dai reperti conservati nel Museo del Vino di Torgiano e lo si trova anche nelle storie delle nostre artigiane dell’uva, abituate sin da bambine a fare la loro parte durante la vendemmia come un qualsiasi altro membro della famiglia.

Come ci siamo arrivate? Dapprima furono la rivoluzione industriale e l’introduzione del lavoro salariato a rompere la continuità tra la casa e il lavoro, distinguendo i ruoli all’interno della famiglia come li conosciamo oggi: le donne a casa e gli uomini fuori, nell’industria, vinicola compresa, senza che però le donne abbiano mai smesso di occuparsi delle vigne e della cantina. E poi la questione del potere, trasversale a tutti gli ambiti delle nostre vite (hai detto forse, cultura patriarcale?), a cui abbiamo accennato prima: il mondo del vino ci sembra a predominanza maschile, perché gli uomini ne occupano ancora per la maggior parte l’immagine pubblica. Per questo, quando la FIVI ha aggiunto nel nome del suo storico Mercato anche “delle Vignaiole” e non più solo “dei Vignaioli” indipendenti, abbiamo esultato tutte (e anche una parte di tutti, ne sono convinta). Del valore della rappresentanza, della sorellanza e dell’importanza di dare voce alle donne di questo settore, laddove sono ancora poco visibili, abbiamo parlato con Isabelle Perraud, vignaiola francese e fondatrice dell’Associazione “Paye Ton Pinard”, impegnata a dare voce alle donne che subiscono molestie in cantina mentre tutti si girano dall’altra parte.

Isabelle Perraud, ti definisci “vignaiola naturale e femminista”: come e quando nasce Paye Ton Pinard?

Paye Ton Pinard nasce come account Instagram nel settembre 2020. Sin dalla sua nascita volevo dare alle donne del mondo del vino uno spazio di parola, aperto, responsabile, accogliente, consapevole, sulle questioni del sessismo e della violenza sessuale di cui potevano fare esperienza nel loro lavoro. E rompere l’isolamento su queste questioni. L’associazione è stata fondata nel mese di agosto 2023, per essere un vero collettivo dove ogni donna può impegnarsi in prima persona se lo desidera.

“Più forti insieme” si legge nella caption di questo post Instagram di Paye Ton Pinard

Il nome Paye Ton Pinard, che letteralmente significa “paga il tuo vinaccio”, fa riferimento al blog dell’attivista Francese Anaïs Bourdet “Paye Ta Shnek”, che dal 2012 per più di dieci anni, ha condiviso più di quindicimila storie di donne vittime di molestie di strada. Ed è quello che hanno fatto Isabelle e le altre persone che lavorano attivamente nell’associazione: “Siamo dodici e due tra noi sono uomini” mi dice orgogliosamente Perraud che quest’anno, per la sua attività, si è trovata al centro di una bufera mediatica, denuncia di diffamazione compresa, conseguente alle testimonianze da lei raccolte e che riguardavano un produttore di vino francese. Oltre alla condivisione delle storie, Paye Ton Pinard è a disposizione per dare consulenza legale laddove necessario e fare educazione sensibilizzando donne e uomini partecipanti ai vari eventi del mondo del vino. “Abbiamo creato gruppi di lavoro per scrivere una carta che intendiamo far firmare ai professionisti e alle professioniste del vino che si impegnano contro le molestie e in favore della parità tra i generi. Un altro progetto importante riguarda il sito web: vorremmo che fosse un luogo dove ogni donna che ha bisogno possa trovare tutte le informazioni“. Non sono solo le vignaiole francesi a essersi rivolte all’associazione di Perraud e ad aver aggiunto le proprie voci a questo #Metoo del mondo del vino. Anche l’agronoma e vignaiola italiana Lisa Saverino ha affidato la sua testimonianza all’associazione attraverso un post Instagram dove racconta delle molestie subite nelle cantine dove ha lavorato tra la Sicilia, la Toscana e Parigi e dove dice “Italia e Francia, la stessa lotta”. Nel nostro Paese, però, non ci sono dati che raccontano gli episodi di sessismo quotidiano che costellano la montagna di Sisifo delle donne del vino italiane (come quella della sommelier che nell’estate 2022 si vide imporre la gonna come divisa di lavoro per ragioni estetiche). Un passo in avanti in questo potrebbe essere il progetto #TUNONSEISOLA dell’Associazione Nazionale “Le Donne del Vino” ideato per promuovere iniziative di formazione, informazione e sensibilizzazione sulla violenza di genere, presentato a fine gennaio 2023, dopo il femminicidio della donna del vino Marisa Leo.

Che cos’hanno in comune le storie che vi arrivano, da Instagram o da altri luoghi?

Ci sono molte violenze di genere e aggressioni sessuali. Prima di tutto, le donne che le condividono con noi hanno bisogno di sentirsi dire che stiamo ascoltando, anche più tardi se non hanno la forza di parlarne subito. È importante che si sentano in una relazione di fiducia. È importante dire loro che crediamo a quello che raccontano. E soprattutto non essere mai giudicanti. Poi, forse, il fatto di aver parlato, di aver messo in luce una situazione traumatica, la farà avanzare nel suo processo di ricostruzione. Forse presenterà denuncia. Forse no. Dobbiamo accettare la sua decisione. E accompagnarla al meglio.

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Il logo dell’Assocazione Paye Ton Pinard (illustrazione di @totorlillustree)

Nei tuoi discorsi citi spesso la parola sororitè, sorellanza, perché?

La sorellanza è importante perché si possa andare avanti. Ci hanno fatto credere fin troppo che non possiamo contare le une sulle altre.

Una frase come “non c’è nemica peggiore per una donna di un’altra donna”, ci fa sentire ancora più sole…

Sono convinta che solo una donna può capire un’altra donna su questi argomenti. Bisogna potersi sentire sicure. Paye Ton Pinard è uno spazio di fiducia. Penso che la cosa più importante, per una donna in questa situazione, sia parlarne. Liberare la sua parola, farla valere. Raccontarla anche al suo o alla partner, a un amico, un’amica, a qualcuno di fiducia: è un primo passo per non essere sola.

Illustrazione in copertina di @pauline_dupin_aymard per l’Associazione Paye Ton Pinard.

Talea è il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne dedicato alle storie che vogliamo condividere perché portino frutto. Questa è la prima, puoi leggere le altre qui.