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vini da grigliata fatti da donne

Grigliare non è una cosa da uomini

Guida semplice ai migliori abbinamenti vino cibo per barbecue, brace e tavolate di primavera. Con i vini delle artigiane dell’uva

Con la primavera torna la voglia di stare all’aperto, accendere il barbecue e condividere cibo buono con le persone giuste. E no: grigliare non è una cosa da uomini, così come non lo è bere bene. Se ami goderti la vita, scegliere con cura cosa mettere nel piatto e cosa versare nel calice per avere la migliore esperienza possibile, questa piccola guida ai vini da grigliata nasce proprio per te. L’idea è semplice: aiutarti a trovare il giusto abbinamento vino cibo per carne, pesce, verdure e formaggi alla brace, lasciandoti ispirare da una selezione di vini fatti da donne: le nostre amate artigiane dell’uva.

Donne e barbecue: riscrivere i rituali della griglia

Per troppo tempo il barbecue è stato raccontato come un territorio maschile, quasi fosse naturale vedere qualcuno presidiare la brace mentre ad altre persone (noi) tocca apparecchiare, servire, riordinare. Ma la verità è un’altra: basta guardare a quante donne, in Italia e nel mondo, stanno cambiando il racconto del barbecue con competenza, tecnica e personalità. Dalle professioniste della griglia alle appassionate che sperimentano ogni weekend, il messaggio è chiaro: donne e barbecue stanno benissimo nella stessa frase.

Come scegliere i vini da grigliata

Quando pensiamo ai migliori vini da grigliata, conviene partire da ciò che la brace fa al cibo. La cottura sulla griglia infatti regala succulenza, note tostate, speziatura e una piacevole vena amaricante. Per questo, in un buon abbinamento vino cibo, funzionano vini capaci di sostenere questi contrasti.

In generale (ecco uno specchietto utile da salvare sulle note del telefono):

  • bianchi freschi e minerali accompagnano bene pesce, crostacei, verdure e alcuni formaggi;
  • rossi giovani o di medio invecchiamento sono perfetti con la carne e con preparazioni più intense;
  • rosati e gli spumanti sono alleati versatili, soprattutto quando la tavola è mista e la grigliata si fa lunga.

Un piccolo consiglio da amica sommelier: molti rossi da barbecue danno il meglio con un leggero passaggio in frigo prima del servizio. Il sorso sarà più croccante, più dinamico, più adatto alla stagione.

Vini fatti da donne: un altro modo di scegliere bene

Scegliere vini fatti da donne non significa inseguire una categoria a parte, ma lasciarsi guidare da storie, territori e sensibilità che meritano spazio. In una grigliata tra amici, questo può diventare anche un modo bello per portare in tavola bottiglie che hanno qualcosa da raccontare, oltre a essere giuste nell’abbinamento. Il vino, esattamente come il barbecue o come un picnic, è convivialità. Ma può essere anche bel modo per allargare lo sguardo e scegliere con più consapevolezza.

La bottiglia giusta per la tua prossima grigliata?

Tra Pasqua, Pasquetta e oltre le occasioni di certo non mancheranno. E puoi partire da qui: dal tipo di cibo che finirà sulla brace, dal tono che vuoi dare al pranzo o alla cena, e dal piacere di scegliere bottiglie che sappiano stare bene insieme al cibo e alle persone.

Trovi i vini delle artigiane dell’uva, già suddivisi per tipologia, in questa pagina.

patrizia leuzzi stylist le storie di un corpo

Appunti di una fashion stylist: quando il Girl Power dà una marcia in più

Sulla maternità e su quante storie può raccontare un corpo, se si impara ad ascoltarlo. Patrizia Leuzzi, Fashion Stylist di ELLE Italia, ci racconta i retroscena del suo lavoro e che lavorare con le donne è “come lavorare con un’orchestra”, dove ciascuna riesce ad armonizzarsi con le altre in vista di un obiettivo comune

“Nel mio lavoro lavoro tanto a contatto con i corpi”. Esordisce così Patrizia Leuzzi, Fashion Stylist di ELLE Italia, che abbiamo incontrato mentre sta rientrando al lavoro dopo la sua prima maternità. Un nuovo capitolo della storia della vita di una donna in cui – si riesce facilmente a immaginare anche se non ci si è passate – naturalmente il corpo cambia e con esso cambia anche il modo in cui veniamo percepite dalle altre persone, il modo in cui occupiamo lo spazio, fisico, quando la pancia cresce, ma anche sociale, quando, di colpo, il nostro corpo risulta “interessante”.

Con Patrizia, che nel suo lavoro seleziona abiti e accessori per creare look in grado di valorizzare i corpi delle persone, parliamo proprio di questo: di corpi, di corpi che raccontano storie e di come funziona quella tensione continua tra immagine e apparenza, tra realtà e sogno, che rende efficace uno styling. “La moda spinge a cercare il bello dovunque. Ti proietta ogni volta in un mondo nuovo, ti racconta storie di posti magici sparsi per il mondo e di nuove idee, senza aver necessariamente bisogno di parole”. Quella di Patrizia Leuzzi è la settima storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Come riesci a capire in che modo valorizzare il corpo che hai di fronte, così che possa raccontare la sua storia?

“Ho imparato che spesso i corpi parlano in silenzio“, ci dice Patrizia “possono raccontare storie felici, ma anche avere segni che non parlano affatto di felicità. Sicuramente sono lo specchio dell’anima e dicono tanto sulle esperienze che hanno attraversato e che li hanno segnati. Penso spesso che, non avendone uno di riserva, un corpo vada nutrito in tutti i sensi“. La storia che racconta un corpo, secondo Patrizia, parte dagli occhi. “In tanti anni, ho imparato che gli occhi non mentono mai e raccontano davvero tanto, anche quello che a volte vorremmo nascondere. Subito dopo (grazie alla mia miopia cronica), ho sviluppato una grande capacità olfattiva e faccio sempre molto affidamento su quello che mi racconta l’odore di una persona“. Esattamente come quando si degusta un vino, che si parte prima da quello che si vede nel bicchiere – il colore, il modo in cui la luce gioca con il liquido, la consistenza – e poi quello che si sente, prima con il naso – sa di fiori? sa di frutta? sa di sale, di bosco o di mare? – e solo alla fine con la bocca.

“La mia regola d’oro quando devo individuare lo styling giusto per la donna che ho di fronte è fare ricerca, sognare, immaginare e ancora ricercare“, nella ricerca costante dell’equilibrio tra ascolto e immaginazione. A partire dal corpo.

Sei da poco diventata madre: che cosa ti ha insegnato il tuo corpo che si è trasformato durante la maternità?

“Da quando sono stata catapultata in questo, per me nuovo, ruolo di madre, mi sento la responsabile full time di un cucciolo d’uomo bisognoso di cure costanti. E l’ansia da prestazione è stata una costante”, ci racconta Patrizia, che si trova nel pieno di quella delicata fase di transizione, in cui, dopo aver fatto esperienza di cosa significa diventare madre, ora sta riprendendo nuovamente il ruolo sociale della donna lavoratrice. In questo periodo, i suoi sogni sono rivolti al piccolo arrivato da poco “Sogno di potermi sentire sempre all’altezza delle sue aspettative”.

Che sogni hai invece per tuo figlio,?

Prima che nascesse, Patrizia ci confida di aver pensato spesso a cosa avrebbe sognato per lui. “Temevo di non potergli promettere in futuro dei sogni all’altezza dei suoi desideri”, ci confida. Ma, ora che da qualche mese ha travolto le sue giornate con i suoi bisogni e la sua dolce simpatia ha le idee molto più chiare: “Mi ripeto spesso come un mantra che il mio più grande sogno – che però resta al tempo stesso la mia più grande paura di non riuscirci – è quello di riuscire a donare al mondo un animo gentile, un uomo che ama e rispetta le donne e la vita“. Essere madre di un maschio oggi è davvero una grande responsabilità. In questo senso, cosa sogni per le donne che ti capita di incontrare? “Sogno che le donne possano trovare la loro strada e scegliere il lavoro dei loro sogni. Sogno davvero che possano uscire e vivere, vivere senza paura, realizzarsi e ridere sorseggiando sempre un calice di buon vino“.

Patrizia, che come stylist di un magazine femminile lavora moltissimo con le donne, ha molto da dire su questo. “Lavorare con le donne è come stare in un’orchestra, in cui tutti i suoni trovano naturalmente la giusta collocazione, come in un concerto da ricordare. Oltre a orientare le proprie visioni in vista di un obiettivo comunque” aggiunge “le donne sono accomunate solitamente anche dalla caparbietà nel portare a termine i progetti e da un inarrestabile entusiasmo. Il Girl Power ci dà sempre una marcia in più”.

Cristina Mercuri prima donna Master of Wine italiana durante una degustazione professionale

Perché siamo contente per la nomina di Cristina Mercuri a prima Master of Wine italiana

Un traguardo che cambia la rappresentatività di genere nel mondo del vino

Da due giorni la notizia che Cristina Mercuri è la prima donna italiana a diventare Master of Wine popola tutti i nostri feed, con buona pace delle Olimpiadi, del Fantasanremo e della neve in Oltrepò. Ci siamo emozionate anche noi nel vederla apprendere la notizia al telefono in lacrime di gioia, nel salotto di casa, circondata dalle persone che le vogliono bene. Raggiungere un traguardo dopo tanti anni di studio, è sempre bellissimo. Farlo come prima donna italiana, come ha detto anche Mercuri stessa, “è da medaglia d’oro”.

Perché la nomina di Cristina Mercuri a Master of Wine è una notizia che riguarda tutte

Quando una donna (e, attenzione, non #unadonnaacaso, perché Mercuri questo traguardo l’ha raggiunto studiando e superando ben tre esami) è la prima a fare qualcosa, non sta solo vincendo una sfida personale: sta aprendo una porta anche per tutte le altre. La nomina di Cristina Mercuri come prima donna Master of Wine italiana è questo: un segnale potente di rappresentatività. Perché se fino a ieri quel titolo poteva sembrare un club esclusivo per uomini – i Master of Wine italiani fino a ieri erano tre maschi e i due terzi dei Master of Wine a livello internazionale sono uomini – oggi ha un volto diverso.

Secondo lo studio sull’importanza dei role model femminili di Beaman, Duflo, Pande e Topalova, pubblicato su Science ormai nel lontano 2012, quando le donne assumono ruoli di leadership o di rilievo, questo cambia la percezione di tutte le altre. In altre parole, vedere una donna in ruoli fino a quel momento a esclusivo appannaggio maschile rende più concreto ciò che le ragazze immaginano possibile per sé. E quando cambia l’immaginario, anche il mondo inizia a cambiare in uno scambio virtuoso: più ragazze, professioniste, comunicatrici, enologhe e appassionate possono pensare “posso farlo anch’io”.

Cristina Mercuri Master of Wine italiana role model femminile nel settore enologico

Come si diventa Master of Wine: un percorso tosto (e molto selettivo)

Diventare Master of Wine è un percorso lungo a livello internazionale. I gradi sono tre scanditi da esami anche molto complessi che mirano a testare la profonda conoscenza del vino e delle tecniche produttive e di degustazione: il primo prevede un esame con degustazione alla cieca e un saggio; il secondo si compone di quattro giorni di prove tra degustazioni e esami scritti; il terzo, quello finale, è una tesi di ricerca che viene valutata da una commissione specializzata. Nel mondo, a febbraio 2026, i Master of Wine attivi sono 422, di cui solo un terzo sono donne.

“Ora possiamo urlare più forte!”

Cristina Mercuri si è approcciata al percorso con la stessa disciplina e determinazione che l’hanno resa avvocata più di dieci anni fa, quando ha scelto di lasciare la carriera legale in uno studio internazionale per dedicarsi al vino. Ci è capitato di incontrarla qualche mese fa alla presentazione di un cantina al femminile che stava aprendosi alla produzione di vini dealcolati: con lei abbiamo parlato di come le sfide nel mondo del vino oggi siano molteplici e di come le donne possono trovare in queste nuove tendenze degli spazi per dire la propria e portare la propria visione. Siamo contente del suo risultato perché può ispirare tante altre a intraprendere strade che finora non avevamo considerato. E siamo curiose di vedere dove ci porterà il prossimo futuro. Con lo stesso spirito che lei stessa, il giorno della sua nomina, ha rinnovato dicendo: «Ci hanno sempre detto di stare al nostro posto… da oggi possiamo urlare più forte». Ecco perché il suo traguardo è anche un po’ nostro, se sapremo farlo fiorire: perché crea spazio, voce e futuro.

francesca gonzales

La bellezza di cambiare

E poi un bicchiere di vino, una crescentina, una passeggiata in collina e un pizzico di magia. Dopo aver deciso di mollare tutto e cominciare una nuova vita, di nuovo, Francesca Gonzales ci ha parlato della bellezza di cambiare, anche quando la paura è grande

Forse non è vero che i gatti hanno nove vite. Ma Francesca Gonzales sì. La incontriamo all’inizio della sua vita numero cinque. Da Sassuolo a Milano e ritorno, dopo aver lavorato nelle vendite, nel marketing, nella comunicazione e aver aperto un blog di cucina (“perché mi annoiavo!”) a 46 anni ha deciso di mollare tutto. Un’altra volta. Ignorando quel che per la maggior parte delle persone è un fatto – cioè che dopo i quaranta è più facile considerarsi “alla fine” delle cose – oggi è una Digital Coach Umanista e del suo lavoro dice che “lavorare con le donne soprattutto, con le loro storie, la loro motivazione e la loro forza, è impagabile”. Con lei abbiamo parlato della bellezza di cambiare, anche quando la paura è grande. Il segreto? “Imparare ad ascoltarsi“. Quella di Francesca Gonzales è la sesta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

“Sono nata a Sassuolo, ho studiato Belle Arti a Bologna, poi ho lavorato e vissuto per vent’anni tra Torino e Milano, occupandomi di vendite, eventi, content marketing e digital marketing per una multinazionale televisiva. Nel frattempo avevo anche aperto un blog di cucina… perché mi annoiavo!” ci racconta Francesca Gonzales. “Nel 2021 ho deciso di mollare tutto. Mi sono presa un periodo di pausa per capire cosa volevo e ripartire da me”. Francesca allora ha 46 anni e da lì vive da sola un anno e mezzo a Roma, città dove aveva sempre voluto vivere e che si è data la possibilità di esplorare. Lì realizza un altro sogno nel cassetto “ho frequentato un master di coaching umanistico e sono tornata a casa, in Emilia, tornando simbolicamente al punto di partenza e ho iniziato a lavorare soprattutto con le donne. Un viaggio di andata e ritorno che amo festeggiare con un bicchiere di vino in mano!”.

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne

Ogni volta che hai cambiato vita, come hai fatto a capire che era il momento giusto?

“Per me il cambiamento non è mai stato qualcosa di programmato: è sempre stato un’esigenza che arrivava da dentro, una necessità. Vivo ogni momento come una nuova esperienza che mi permette di crescere, fare esperienza e rinnovarmi. Credo che sia così per tutti: la differenza, secondo me, sta nel riuscire ad ascoltarsi“. E il tempo che passa? “Ho imparato a viverlo come necessario per mettere a frutto e avviare i processi del cambiamento. Vivo e mi gusto il percorso, come se fosse una crescentina (o tigella, come forse la conoscete voi), che è un po’ il mio cibo simbolo, perché è un cibo semplice, che chiama le persone a sedersi insieme. Dentro può contenere ripieni diversi, ma alla fine, gira e rigira, riempio sempre la prima e l’ultima di pesto di lardo, aglio e rosmarino. Perché alcune cose, anche dopo mille cambiamenti, restano casa“.

Ma tu non hai paura di cambiare?

“Certo che ho paura. Quest’anno, per esempio, ho scoperto la paura di restare senza soldi mentre ristrutturavo casa, mentre l’anno scorso temevo per la mia vita affrontando una brutta polmonite. Ho passato momenti davvero difficili, ma quello che ho capito grazie a queste esperienze è che non dobbiamo forzarci a scacciare le paure a tutti i costi: è più utile viverle e ascoltarle quando arrivano. La paura fa parte della nostra vita, esattamente come la felicità. Dobbiamo attraversare tutte le emozioni, perché sono quelle che ci rendono umane”.

Cosa aiuta quando ci sentiamo bloccate dalla paura?

“Sono tanti anni che lavoro su di me e ho imparato ad allenare il mio ascolto interiore. Negli ultimi cinque anni mi sono riconnessa alla natura, alle stagioni, alle fasi lunari. Ho capito che non siamo separate da ciò che ci circonda: siamo parte di un unico grande movimento e da quando ho abbracciato tutto insieme mi sento molto più allineata alla vera me. Prendi il cibo, per esempio. Il cibo è gioia, è presenza, è condivisione. È un gesto d’amore, un modo silenzioso di dire “ti vedo”, “ti voglio bene”, “sei a casa”.  Cucino per stare bene, per creare legami o renderli più forti. Non mi piace il cibo che deve stupire, non credo che servano grandi cose: a volte basta un pezzo di pane e un filo d’olio per sentirsi pieni. Non solo nello stomaco”.

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne

Siamo all’inizio dell’anno, periodo in cui la voglia di cambiare si fa più intensa: hai un consiglio per chi vorrebbe trovare il coraggio di cambiare?

Negli anni, sui social soprattutto (dove la trovate come @lagonzi), Francesca ha raccontato tanto anche della sua vita personale: “la separazione, le mancate gravidanze, le difficoltà della vita quando ero una “fuori sede”, i momenti di sconforto quando ho perso persone care. Tutto questo, insieme alla mia esperienza lavorativa e a come ho affrontato i cambiamenti, ha fatto capire a chi mi segue che è possibile cambiare in qualsiasi fase della vita. Sì, anche alla soglia dei cinquant’anni. Molte donne si sentono vicine alla mia esperienza, ai miei cambi di vita, al mio vissuto. Oggi lavoro con agenzie, aziende e piccole imprese, ma l’energia che mi danno le donne, con le loro storie, la loro motivazione e la loro forza, per me è impagabile”.

Cosa ti piace soprattutto di quello che stai facendo ora e che vorresti portare anche nel 2026?

“Lavorare con le donne per me è impagabile. Perché abbiamo una luce che non si spegne, anche quando è coperta dalla stanchezza o dalla paura. Le donne hanno il desiderio profondo di essere indipendenti, di trovare un modo di lavorare che le faccia sentire allineate, rispettate, vive. Vogliono farcela senza tradirsi, restando fedeli ai propri valori. E, anche quando non lo dicono ad alta voce, hanno tutte la stessa domanda: “Posso farlo a modo mio?” e per me la cosa più importante è lasciarle libere di essere se stesse. Lavorando con tante donne diverse, imparo continuamente a conoscere mondi nuovi e modi differenti di vedere le cose. Una cosa che mi sentirei di dire a tutte è che brindiamo troppo poco, secondo me: dovremmo farlo più spesso e celebrare sempre i nostri successi anche piccoli, ma la vita è fatta anche di quelli. Quindi più brindisi quest’anno!”

francesca gonzales per vite storie di vino e di donne
eleonora beatrice casati pulvera leadership

La leadership della circolarità

In un settore tessile, storicamente maschile come quello del vino, Eleonora e Beatrice Casati con Pulvera trasformano gli scarti in valore, unendo radici familiari, sostenibilità e una leadership che sceglie, delega, sostiene e sa quando dire no

Eleonora e Beatrice Casati sono la terza e la quarta di quattro fratelli. Beatrice è anche CEO dell’azienda di famiglia, la Casati Flock, e, circa un anno fa, lei ed Eleonora hanno fondato Pulvera, una startup che trasforma lo scarto della produzione tessile in tutto quello che la loro creatività riesce a immaginare (e il loro business plan a sostenere). Tra sostenibilità , sorellanza e una buona dose di pragmatismo, stanno dando un nuovo significato non solo alla polvere di velluto, ma anche alla leadership, in un settore che, come accade anche in quello del vino, essere una donna ed essere giovane comporta fare più fatica per tutto. “Ma quando le aspettative su di te sono così sbagliate”, dicono, “puoi anche smettere di dar peso a quello che la gente pensa di te e andare dritta verso il tuo obiettivo, anche se all’inizio spaventa”. Quella delle sorelle Casati è la quinta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che racconta belle storie per rifiorire.

Eleonora Casati con Cremino, il primo dei prodotti di Pulvera, un pouf di design che prende vita dagli scarti dei tessuti

Anche quella di Pulvera è una storia di trasformazione, da scarto del velluto a materia prima che si rinnova e ispira. Eleonora e Beatrice Casati ereditano un’intuizione del nonno e la reimmaginano con il proprio sguardo avendo il coraggio di portare il loro materiale là dove si decide: tra designer, architetti e fiere nazionali e internazionali. Insieme, e con alle spalle una madre che le supporta in tutto e per tutto – “anche dicendoci quando sbagliamo, è pur sempre nostra madre” -, attraversano diffidenze e stereotipi del settore tessile, ancora fortemente maschile, riuscendo nell’impresa di costruire credibilità. Le abbiamo incontrate e ci hanno raccontato come si cresce restando fedeli alle radici, cosa si impara dicendo “no” e perché la stima reciproca e il coraggio di spostare lo sguardo possono, davvero, fare impresa.

Le sorelle Casati con la madre e il nonno

Eleonora e Beatrice Casati: cosa vuol dire essere giovani imprenditrici

Dove gli altri nascondono la polvere sotto il tappeto, le due sorelle Casati ci hanno invece fatto una startup. Idee, visione ampia e velocità per aprire alternative quando gli altri vedono muri (“lei è un bulldozer, quando ha un’idea va avanti e raggiunge il suo obiettivo e ti trascina con lei, infatti anche io non ho saputo dirle di no quando mi ha chiesto di prendere le redini di Pulvera insieme a lei”, dice Eleonora di Beatrice), sono le basi di una leadership, condivisa tra le sorelle, che sceglie, delega, sostiene e sa anche quando dire no. “Per me” dice Beatrice “essere imprenditrice significa anche sapere su cosa puntare e su cosa invece lasciare andare. Non piacere a tutti, ma sapere esattamente chi si vuole con sé, questa è la cosa più importante che ho imparato finora”.

La polvere di velluto riutilizzata da Pulvera


Nel tessile, come nel mondo del vino e in altri settori dove tradizionalmente la presenza degli uomini nei luoghi di comando era superiore a quella femminile (ma le donne ci sono sempre state, in vigna come in filanda), essere giovani ed essere donne significa spesso partire in salita. E poi, “il pregiudizio del ‘sei qui perché è l’azienda di famiglia’, è un’altra richiesta implicita che devi dimostrare più degli altri”, raccontano Beatrice ed Eleonora. La loro è una strategia interessante: tanta pazienza, ascolto e rendere la competenza sempre visibile. “Smettere di voler convincere tutti, anche questo è stato un altro grande passo”. La stima tra le sorelle è reciproca e le loro competenze complementari. Il background economico di Beatrice è fondamentale per dare direzione, mentre le capacità relazionali di Eleonora e i suoi studi di storia e tecnica della moda le danno le basi necessarie per immaginare il futuro di Pulvera e tutti gli ambiti di applicazione. 

Eleonora e Beatrice nella sede della Casati Flock con i tessuti da riciclare

Quando saper dire di no ti salva

La sera prima della prima fiera di Pulvera, a novembre dell’anno scorso, Eleonora e Beatrice hanno brindato a cena con la madre. Un gesto semplice che ha condensato mesi di lavoro e la vertigine dell’inizio: “un in bocca al lupo che per noi è stato insieme un punto di arrivo e l’inizio di un capitolo nuovo.”. Il giorno dopo sarebbe arrivata un’attenzione inattesa, a confermare che la direzione era quella giusta. “La circolarità per noi non è un trend, ma una componente fondamentale della nostra storia aziendale. Riutilizziamo gli scarti sin da quando nostro nonno lo faceva con la polvere di scarto del velluto”.

Idee, visione ampia e velocità di problem solving che apre alternative quando gli altri vedono muri

La domanda crescente del lusso per i materiali riciclati, le nuove norme e l’intuizione di portare quel materiale direttamente a chi sceglie, trasformando uno scarto in leva creativa e di business, portano le due sorelle a tradurre un’intuizione del nonno in un vero e proprio business plan. Il vero salto non è tecnico, ma di sguardo: dal ruolo di fornitore invisibile a partner creativo dei brand; dal voler piacere a tutti al selezionare chi condivide visione; dal controllo totale alla delega e alla priorità, per concentrare energie su ciò che conta davvero.  Anche il “no” diventa strategia, protezione del tempo e qualità delle relazioni. “Saper dire di no ti salva” dicono, “e non c’è niente di male a dirlo quando serve”.

camilla mazzanti

La curiosità è amplificare la voce di ciò che solitamente rimane silenzioso

Musicista sinfonica ed esploratrice del regno fungino, Camilla Mazzanti con Fungotropia racconta la forza gentile della curiosità: cambiare prospettiva, accettare l’incertezza, intrecciare relazioni come un micelio tra natura e suono

Due anime che si parlano: natura e musica. Tra boschi e partiture, Camilla Mazzanti, fungarola e musicista, coltiva un diario d’apprendimento che trasforma la paura in permesso creativo e la curiosità in comunità. L’abbiamo incontrata sul principiare dell’autunno, quando il suo progetto – Fungotropia, una newsletter dove i funghi diventano una lente per guardare il mondo “dal basso verso l’alto” – compie un anno. Uno sguardo, il suo, che ci insegna a immaginare più in grande. La sua, è la quarta storia di Talea, il progetto editoriale di Vite Storie di Vino e di Donne che raccoglie storie belle per rifiorire.

Camilla Mazzanti è una violinista della Filarmonica Toscanini di Parma. Ed è una grande appassionata di funghi. L’ascolto allenato in orchestra, per lei, si traduce nel bosco in attenzione al dettaglio, ai ritmi lenti, alle relazioni invisibili. Dedizione, disciplina e relazione, elementi centrali nella musica, ritornano anche nell’osservazione dei funghi: il micelio come partitura nascosta, l’osservazione come esercizio quotidiano. E così anche l’immaginario sonoro si apre, con le tante voci che Camilla raccoglie e ogni mese riporta nella sua newsletter. Due mondi che non si sommano, ma si fecondano a vicenda. “In fondo” ci dice, “anche la musica nasce dallo stesso impulso della vita fungina: il desiderio umano di celebrare la propria presenza e di esprimere la propria relazione con ciò che lo circonda.”

La curiosità come una bussola per orientarsi nel bosco come nella vita

Tutto ha inizio dopo il Covid, con un ritorno alla natura che per Camilla diventa una pratica quotidiana di cura e di consapevolezza di sé: le sue passeggiate nel bosco diventano veri e propri rituali, dove anche guardare il succedersi delle stagioni affina il senso dei tempi lunghi, del ciclo vita-decomposizione-rigenerazione che i funghi incarnano. “Mi sono accorta che è stupendo poter ammirare il susseguirsi delle stagioni e ho scelto di non farne mai più a meno”. Vive ancora in città, ma ha allenato lo sguardo ai piccoli segni che la natura porta sempre con sè: un profumo, un colore, un fungo che fa capolino al fianco di un albero. A guidarla, la sua curiosità. Un’attitudine che la spinge a uscire, osservare, fare domande e a collegare i funghi a geografie, culture e biografie: “Nel mio zaino da esploratrice la curiosità non manca mai”. Così un incontro casuale nel sottobosco si trasforma in traccia, confronto e apprendimento continuo, alimentando una mappa sempre più ricca di conoscenza e di relazione. “Lo smartphone è il mio taccuino visivo, ma anche uno strumento di condivisione con chi è più esperto di me e a cui chiedo pareri e confronti”. 

La paura di “non essere all’altezza”, il permesso creativo e la forza della condivisione: come nasce Fungotropia

In questi giorni, Camilla festeggia il primo compleanno di Fungotropia, la newsletter che ha iniziato a scrivere per tracciare connessioni tra il mondo dei funghi e il nostro mondo. “Non è solo una tappa importante o un brindisi da ricordare: è la prova che la curiosità, resa pratica e condivisa, può generare comunità. Un brindisi che celebra il coraggio di iniziare, l’umiltà di imparare e la gioia di una comunità che cresce come un bosco”. Per arrivare a pubblicare il primo episodio, il percorso non è stato facile. Come spesso accade, anche per lei il sentirsi non all’altezza è stato una soglia da attraversare. “Mi chiedevo: ma chi sono io per parlare di funghi?”. Ma per lei condividere è far circolare idee capaci di generare altre idee. E supera questa paura che la blocca, pensando a cosa farebbe se fosse un fungo. “Ho pensato al micelio, che è ciò da cui un fungo nasce, cresce, si nutre e comunica con gli altri funghi. Il micelio cresce sempre per contatto e diventa scambio, reciprocità”. 

I funghi appaiono e scompaiono, costringono a sospendere il controllo e a coltivare presenza, pazienza, meraviglia

Così, decide di aprire uno spazio diverso, e tutto suo: una newsletter-diario per imparare insieme al suo pubblico, senza cattedra, accogliendo il processo e l’errore. “Mi sono concessa la possibilità di utilizzare Fungotropia come progetto creativo, un diario di appunti di qualcuno che sta imparando e che vuole condividere con altre persone che, magari, sono su un percorso simile e sono curiose di scoprire”. La paura non scompare, ma viene incanalata e così attiva relazioni nutrienti. Uscire dai confini della propria formazione non è facile, ma Camilla riesce pian piano a creare un ecosistema intergenerazionale e appassionato tra fungaioli, micologi, artisti, autori. O semplici persone curiose come lei. Gli scambi online prolungano il bosco nello spazio digitale e fanno emergere connessioni inedite. Il risultato è un capitale relazionale che alimenta tanto il progetto quanto le persone che ne fanno parte. Proprio come un fungo con il suo micelio!

camilla mazzanti

Cambiare prospettiva: guardare in basso per immaginare in grande

La prossima volta che vi troverete a camminare in un bosco, fateci caso. Di solito, tendiamo a guardare verso l’alto, per cercare la luce e il cielo tra gli alberi. Non certo sotto ai sassi o tra le radici (a meno che non stiate andando proprio per funghi!). L’esercizio di curiosità che propone Camilla è proprio quello di spostare lo sguardo, dalle cime al sottobosco, per immaginare cose diverse. La cosa più sorprendente è quella che lei, nel raccontarsi a Talea, chiama epistemologia dell’incertezza: “i funghi appaiono e scompaiono, costringono a sospendere il controllo e a coltivare presenza, pazienza, meraviglia”, dice Camilla. Questo ribaltamento di prospettiva diventa un allenamento creativo: imparare a vedere ciò che è marginale, umile, nascosto e farne una fonte di senso. “La sorpresa è parte del gioco e plasma uno sguardo più elastico”. I funghi sono un promemoria della transitorietà: fioriscono e svaniscono rapidamente, abitano il confine tra vita e deperimento, trasformano ciò che muore in nutrimento. Nel folklore europeo diventano messaggeri del tempo che scorre, tra incanto e inquietudine. “Sbucano all’improvviso, restano lì pochissimo e poi spariscono, come a ricordarci che nulla dura per sempre.” Questo sguardo aiuta a fare pace con il cambiamento: nulla è per sempre e proprio per questo ogni apparizione va accolta con gratitudine.

dazi sul vino guida facile

I dazi sul vino spiegati facile

Quali sono gli effetti dei dazi americani sul vino sull’economia italiana e sulla vita delle donne? Un’analisi semplice, ma approfondita, per capire le conseguenze su prezzi, produzione e consumi

In questo momento, le artigiane dell’uva trattengono il fiato. E, con loro, anche l’economia globale. L’aumento dei dazi sul vino al 15% (ora sono al 10%, ndr) alla fine è arrivato. E, anche di fronte al crollo delle borse, la volontà del governo americano di procedere sulla sua linea ha lasciato un intero settore con la domanda: e adesso che succede? Per capire quali sono gli effetti dei dazi americani sul vino sull’economia italiana e sulla vita delle donne, abbiamo coinvolto le economiste e ricercatrici Federica Gentile e Giovanna Badalassi di Ladynomics e le artigiane dell’uva Erika e Giorgia Marchesini – il cui fatturato conta per il 20% sul mercato statunitense – e abbiamo chiesto loro di raccontarci le conseguenze che vedremo nei prossimi mesi su prezzi, produzione e consumi, e le preoccupazioni di chi lavora in questo settore.

Cosa sono i dazi sul vino?

I dazi sul vino sono tasse che vengono applicate ai vini importati da altri Paesi. Si tratta, in estrema sintesi, di un contributo economico che chi importa vino deve versare alle autorità del Paese di destinazione. Ma perché esistono? I dazi hanno tre finalità: proteggere le industrie locali, regolare il commercio internazionale e anche per aggiungere entrate fiscali nelle casse governative. L’ammontare di queste tasse doganali può basarsi sul valore del vino, su un’aliquota standard o su una combinazione di entrambe. Ma alla fine, il risultato è sempre lo stesso: il vino importato costa di più una volta arrivato sugli scaffali.

Perché allora tutto questo allarme per l’aumento annunciato da Trump? Perché un aumento di quasi il doppio di queste tasse porterebbe disagi tangibili non solo per i produttori italiani – l’Unione Italia Vini ha stimato un danno di 323 milioni di euro all’anno per i vini italiani e oltre 360 milioni di bottiglie coinvolte – ma anche per le consumatrici e le imprenditrici vinicole su entrambe le sponde dell’Atlantico. I dazi infatti non riguardano soltanto la bottiglia finita, ma anche le componenti che i produttori e le produttrici americane acquistano dalla Cina e dal Messico, prime fra tutte bottiglie, capsule e tappi. Le più penalizzate sarebbero le cantine più piccole e con produzioni artigianali. Perché, come spiega molto bene questo articolo del New York Times, i vini che oggi arrivano sugli scaffali a un prezzo accessibile ne risentiranno più di quelli costosi che già oggi può permettersi solo la fascia più ricca della popolazione.

Perché l’aumento dei dazi americani interessa di più le donne?

All’aumento dei prezzi, calo della varietà di prodotti disponibili e una distribuzione del vino sempre più complessa, si aggiunge anche la grande incertezza generata da questa politica commerciale che, se anche solo annunciata, sta già portando a meno investimenti, a nuove difficoltà per le esportazioni e per le cantine italiane. “L’incertezza legata all’imposizione o sospensione dei dazi riduce gli investimenti e spinge alla crisi economica, colpendo le donne in settori dove il lavoro è già precario“, ci dicono Federica Gentile e Giovanna Badalassi di Ladynomics. Sempre grazie a loro impariamo il concetto di Pink Tariffs, cioè quel “prezzo” che le donne si trovano sempre a pagare in situazioni di crisi economica. Che si tratti infatti di essere le principali responsabili della spesa famigliare o di gestire un’azienda vinicole, le donne si trovano spesso in prima linea ad affrontare gli impatti di un’economia incerta e di nuove tassazioni.

L’incertezza legata all’imposizione o sospensione dei dazi riduce gli investimenti e spinge alla crisi economica, colpendo le donne in settori dove il lavoro è già precario

Sebbene infatti abbiamo visto come l’obiettivo dei dazi sia incentivare la produzione locale e limitare le importazioni, spiega Ladynomics, gli effetti reali raccontano una storia diversa: le donne sono da sempre tra le più colpite nei contesti di crisi economica e si trovano a fronteggiare difficoltà crescenti sia come consumatrici, sia come lavoratrici, soprattutto in un momento storico in cui, se mancano i soldi, colei che rinuncia al proprio lavoro per occuparsi dei figli è sempre la donna, poiché il suo è statisticamente lo stipendio più basso.

A livello macro, l’incertezza associata ai dazi riduce investimenti e causa stagnazione economica, colpendo soprattutto i settori dove le donne sono maggiormente occupate, come la ristorazione, la sanità, il settore tessile. Con una doppia conseguenza: “Secondo l’Overseas Development Institute (ODI), i dazi americani attualmente esistenti sono già adesso più alti su abbigliamento e accessori destinati alle donne rispetto a quelli maschili“, scrive Giovanna Badalassi in questo interessante articolo proprio sull’impatto dei dazi sulle donne. Non solo in occidente, ma in tutto il mondo: “Se le donne acquistano meno prodotti, soprattutto tessili e per l’abbigliamento, vanno in crisi le aziende che li vendono. La World Bank in questo caso è chiara: meno esportazioni, meno occupazione nei Paesi produttori, precarietà in aumento per milioni di donne nel mondo”.

erika giorga marchesini vino degustazione chiaretto

Cosa succede adesso alle produttrici vinicole italiane con l’aumento dei dazi sul vino?

Le piccole produttrici di vino soffrono due volte: è difficile farsi riconoscere in un settore dominato dagli uomini e i costi aumentati dai dazi limitano la competitività all’estero. La paura è che possa accadere quel che accadde nel 2019 al mercato francese dopo che la prima amministrazione Trump alzò i dazi sul al 25%. A risponderci è Erika Marchesini, artigiana dell’uva che si occupa insieme alla sorella Giorgia dell’azienda vinicola di famiglia a Lazise, sul Lago di Garda, e il cui fatturato dipende molto dall’export. “A spaventarci è proprio questa guerra dei dazi e quello che può portare. Quando c’è nell’aria un sentore di guerra, si entra in uno stato d’allerta che blocca l’economia. Se le persone hanno difficoltà ad acquistare i beni primari, figuriamoci se comprano del vino!”.

erika giorga marchesini vino degustazione chiaretto

La gestione dei dazi richiede infatti la collaborazione tra tutte le figure coinvolte nella filiera, ci spiega Erika, quindi sia loro come produttrici, ma anche le aziende importatrici e distributrici. L’obiettivo di questa strategia è quello di contenere i rincari al minimo. “Dividiamo la percentuale per far sì che il danno finale sulla bottiglia sia minimo, forse qualche dollaro, se non meno,” spiega. Tuttavia, sebbene l’attuale aumento sia meno di quello inizialmente prospettato, rappresenta comunque uno scenario davvero critico, che rischia di mettere a repentaglio anni di investimenti e di relazioni costruite una per una, passo passo. “Per non buttare all’aria tutto, stiamo garantendo al nostro importatore la presenza sul mercato, visitando i nuovi Stati che abbiamo ripreso come il New Jersey e New York. Siamo anche riuscite ad aprire nuovi canali con vini di fascia alta, che ci danno più ossigeno e forza per andare avanti.” Una strategia ben precisa che mantiene un occhio sempre rivolto al futuro e l’altro a terra, sulle vigne dove è appena iniziata la vendemmia verde. C’è speranza che questi segnali positivi possano portare nuove opportunità per consolidare anni di sacrifici e lavoro. “Già che partono i bancali è un buon segnale,” sottolinea Erika, che mantiene viva, a ogni costo, la volontà di crescere e restare competitive, “A prescindere da quello che succederà da oggi in poi“.

tenuta oderisio di candilo viaggio in abruzzo

Vino, famiglia e passione: guidare un’azienda vinicola in Abruzzo

#viteincantina da Simona Di Candilo, che ci racconta cosa significa essere donne che fanno vino in Abruzzo, crescere tra i filari e imparare a guidare l’azienda di famiglia, dove il vino è una storia di valori e scelte

Per grazia, per lavoro, per fiducia. Ecco come nasce una buona annata. E si porta avanti un’azienda a conduzione famigliare. L’artigiana dell’uva che siamo venute a trovare è Simona Di Candilo, titolare insieme al padre Mario, alla madre e alle sorelle, dell’azienda di famiglia, la Tenuta Oderisio a Monteodorisio, in provincia di Chieti. Siamo venute a trovarla, nel pieno spirito di #viteincantina, prima che nasca suo figlio Vito. In verità, nel momento in cui scriviamo questo articolo, il piccolo è già nato, durante la luna nuova, come volevano le nostre nonne, ma quando la incontriamo, Simona affronta raggiante, benché accaldata, l’ultimo mese della sua prima gravidanza. E ci racconta di come il Montepulciano d’Abruzzo sia non solo il vitigno che più la rappresenta – determinato, generoso e con le radici ben impiantate nel terreno, un po’ come lei – ma come sia anche quasi un membro della famiglia. Di Montepulciano in Abruzzo si coltivano, secondo gli ultimi dati condivisi dalla Regione, circa 17mila ettari. “Siamo benedette da questo vino”, dice Simona e, sotto le sue foglie verdi e ai grappoli che iniziano a formarsi, ci racconta del suo lavoro, così intrecciato con la sua vita, e di come si impara a guidare un’azienda di famiglia, quando la famiglia è la tua.

Tre donne, un padre e un’azienda vinicola: il vino come palestra di libertà

Alla sua prima vendemmia, Simona non ha neanche cinque anni e già rincorre il padre e il nonno per i vigneti con un secchiello e le forbici per aiutare. Da allora sono trascorsi quasi ventisette anni, ma il suo entusiasmo non è cambiato, così come a non cambiare è stato l’approccio di suo padre Mario che ha avuto fiducia in lei e nelle sue sorelle sin dall’inizio. Seduto al tavolo di legno mentre Simona apre per noi una bottiglia dopo l’altra e ci fa assagiare i salumi di loro produzione, suo padre Mario Di Candilo si sofferma a parlare con noi. Sente molto, infatti, le responsabilità della sua generazione: “Noi questo mondo l’abbiamo trovato e non ce lo dobbiamo portare dietro, è giusto consegnarlo a chi viene dopo. Apprezzo chi osa, perché se non si sbaglia non si impara”. Per questo, tende a responsabilizzare le sue figlie e ha cambiato un modo di fare che, qui in Abruzzo, ci spiega, è ancora molto radicato tanto di ammettere molto serenamente: “Non sono il capofamiglia, ognuno qui dice la sua”. E aggiunge: “Non mi sono mai accorto di vivere in un ambiente maschilista finché non ho avuto delle figlie“. Per questo, sin da quando sono state abbastanza grandi da scegliere di seguirlo, non fa che rafforzare il suo impegno nel renderle autonome e capaci, per quando prenderanno il suo posto.

Nel silenzio della vigna: dove il vino diventa progetto di famiglia

Così, Simona e le sue sorelle imparano l’arte di fare il vino (l’amore per questo mestiere e per il territorio, invece, è arrivato tanto tempo fa). “I miei luoghi del cuore a Tenuta Oderisio sono la cantina, che è il mio mondo ed è dove accudisco i miei vini, e il vigneto perché lì, a contatto con la natura e il silenzio, riesco a trovare la pace con me stessa e avere una connessione maggiore con quello che sto facendo”, dice Simona. La Tenuta Oderisio si trova a Monteodorisio, la più alta delle comunità montane della provincia di Chieti. La famiglia Di Candilo può contare su un terreno argilloso, tanta acqua, una brezza costante che viene dal mare e la protezione della montagna. Il Montepulciano d’Abruzzo è il vitigno che coltivano maggiormente, rigorosamente seguendo il metodo tradizionale della Capanna Abruzzese, e ogni appezzamento viene vinificato separatamente, per mantenere intatte le sue caratteristiche identitarie. “L’obiettivo” ci spiega, “è portare in cantina un’uva già buona. Anche se, il bello di questo mestiere è proprio che ogni anno la natura stupisce e c’è sempre qualcosa da imparare”.

“Spesso mi chiedono se ho un motto”, dice Simona, “ma non è così, io ho dei principi, quelli che mi hanno insegnato mio padre e mio nonno. Sono la dedizione, il sacrificio e l’amore per il mio lavoro. E sono questi che mi spingono ogni giorno ad alzarmi e a portare a far crescere questo progetto di famiglia“.

i migliori newsletter podcast italiani sul vino per amanti del vino

I migliori podcast e newsletter italiani sul vino da non perdere

Wine essentials per chi ama il vino a tal punto che non vuole solo berlo, ma anche leggerlo e ascoltarlo

A volte capita di voler sapere un po’ di più su quello che abbiamo nel bicchiere e su chi l’ha prodotto. Poi, c’è anche chi va oltre e che quindi pensa che restare aggiornati sulle ultime tendenze e scoperte enologiche sia fondamentale. Sebbene il modo migliore resti quello di assaggiare il più possibile, abbiamo esplorato la vasta gamma di podcast e newsletter dedicati al mondo del vino in lingua italiana, che permettono di esplorare nuove etichette, conoscere storie di produttrici e produttori e scoprire anche eventi davvero interessanti. In questo articolo, trovi la nostra selezione dei migliori podcast e newsletter italiani sul vino.

7 podcast e newsletter italiani imperdibili per le e gli amanti del vino

  1. Donne Vino e Segreti, il podcast dell’Associazione Nazionale Donne del Vino: un podcast per ispirare, emancipare e portare consapevolezza sul ruolo e sulla professionalità delle donne nel mondo dell’industria vitivinicola italiana. A ogni puntata Giulia Blasi e Laura Donadoni dialogano con alcune tra le più note produttrici italiane in uno scambio generazionale che fa bene al cuore (e al settore intero). Si ascolta qui.
  2. Mosto Podcast: un podcast dedicato al mondo del vino, della birra e dei fermentati. A ogni puntata vengono ospitati produttori, produttrici, studiosi, esperte e persone appassionate, con l’obiettivo di parlare di vino e birra con freschezza e profondità. Si ascolta qui
  3. Vino sul Divano, il podcast di Jacopo Cossater: un podcast che raccoglie alcune delle più originali e interessanti voci del vino italiane, una chiacchierata durante la quale ascoltare il loro percorso e alcune delle loro storie. Si ascolta qui.
  4. Vino al Vino 50anni dopo, di Paolo De Cristofaro e Antonio Boco di Tipicamente: un podcast che ripercorre i viaggi d’assaggio che Mario Soldati fece nel 1968 per scoprire cosa troviamo oggi nei luoghi esplorati da Soldati, chi li abita, chi li coltiva e che vini produce. Si ascolta qui.
  5. VinoNews 24, dell’omonima redazione: un podcast dove i protagonisti e le protagoniste del vino italiano (tra cui anche l’artigiana dell’uva Francesca Seralvo) commentano in esclusiva eventi, progetti e nuove etichette. Si ascolta qui.
  6. Guida Galattica per Enostappisti, di Giulia Ciampolini: una newsletter che va in esplorazione del mondo del vino e che ogni mese regala bottiglie, consigli, anneddoti e informazioni a chi la riceve. Si legge qui.
  7. La newsletter di Vite: che arriva ogni volta che abbiamo una storia particolarmente bella da raccontarti e un vino particolarmente buono da consigliarti. Si legge qui.
portare a casa vino avanzato ristorante si può

Portare a casa il vino avanzato al ristorante si può: come chiedere la Wine Bag

Una soluzione pratica e conveniente per eliminare gli sprechi alimentari, rispettare le regole del nuovo codice della strada e godersi il vino anche il giorno dopo chez toi

Quante volte al ristorante vi è capitato di non ordinare una bottiglia per paura di avanzare il vino? Certo, a volte ordinare un calice basta e avanza se siamo da sole. Ma quando si è in compagnia, ordinare una bottiglia di vino è un piacere a cui è davvero un peccato rinunciare. Tuttavia, come riporta Assovini, all’inizio di quest’anno è stato registrato un calo tra il 40% e il 60% del consumo di vino nei ristoranti dall’entrata in vigore delle nuove sanzioni previste dal codice della strada (lo ricordiamo: a essere cambiate sono le sanzioni, non il limite a 0.5 di tasso alcolemico, già in vigore da tempo). Beviamo meno, ma non solo per paura delle multe. C’è anche una tendenza salutista importante, che riguarda soprattutto le persone più giovani. Come fare allora invece se siamo al ristorante, da sole o in compagnia, e non vogliamo rinunciare al piacere di ordinare e di vederci servire una bottiglia di vino senza aver paura di doverla poi lasciare sul tavolo mezza piena a fine cena? Portare a casa il vino avanzato al ristorante, infatti, si può. Wine Bag, drink low alcol, vini dealcolati e hospitality sono le strategie messe in atto da ristoranti e cantine per venire incontro a un pubblico le cui esigenze stanno cambiando e renderci la vita più facile. In questo articolo ci concentriamo principalmente sulla Wine Bag, una borsa o un contenitore che i ristoranti offrono per portare a casa il vino non consumato. Una soluzione semplice, pratica e conveniente per eliminare gli sprechi alimentari, rispettare le regole del nuovo codice della strada e godersi il vino anche il giorno dopo chez toi. Vediamo come funziona.

Il galateo della Wine Bag: come chiedere di portare a casa il vino avanzato al cameriere

Abbiamo imparato da tempo a chiedere di confezionare gli avanzi del cibo non consumato al ristorante per portarli a casa. Non c’è nulla di imbarazzante o fuori luogo a farlo anche con il vino! Anzi, la Wine Bag è un modo per evitare lo spreco e valorizzare la bottiglia acquistata. L’importante è farlo sempre con cortesia. Quando avanzare la richiesta? Di regola, chi vi serve il vino dovrebbe anche lasciarvi il tappo della bottiglia appoggiato su un piattino. Se questo non avviene, o avete il dubbio che non riuscireste a finire il vino durante il pasto, potete chiedere al cameriere di lasciarvi il tappo proprio a questo scopo. Il momento ideale per chiedere la wine bag è a fine pasto, magari durante il dessert, così che il personale di sala del ristorante possa avere tempo e modo di confezionare la vostra confezione e consentirvi così di portare a casa il vino avanzato.

come ordinare vino ristorante consigli sommelier

Come conservare il vino avanzato perché sia buono anche il giorno dopo

Se a frenarvi è, invece, il timore che il vino avanzato una volta portato a casa non sia più buono, niente panico. Per conservare il vino al meglio sono sufficienti semplici accortezze. La prima è chiudere la bottiglia con un tappo appropriato: quello originale, se può essere una buona soluzione per il trasporto dal ristorante a casa, è tuttavia sconsigliato per mantenere la bottiglia di vino aperta per qualche giorno. Senza andare a spendere grosse cifre, è possibile orientare l’acquisto su semplici tappi in silicone. La pratica di conservare il vino aperto in frigorifero ha poi senso solo se il vino va consumato a bassa temperatura o se era un vino che già presentava qualche difetto in partenza che, se consumato a temperatura più alta, può enfatizzarsi con l’ossigenazione dovuta all’apertura della bottiglia. Il nostro consiglio spassionato? Chiedete la Wine Bag al ristorante e finite la bottiglia una volta a casa. Sul divano, magari con un po’ di buona musica in sottofondo: meglio di una ninna nanna.

Wine Bag e non solo. Drink low alcol, sip size, vini dealcolati ed enoturismo: le soluzioni di ristoranti e cantine al calo del consumo di vino sono tante (per fortuna!)

Oltre alla Wine Bag, sono tante le strategie messe in atto da ristoranti e cantine per far fronte al calo del consumo di vino. Un’altra direzione, promossa questa volta da chi fa il vino, come hanno fatto i Consorzi dei vini dell’Umbria, di cui fa parte anche la nostra artigiana dell’uva Chiara Lungarotti, è quella di promuovere la cultura del bere consapevole, puntata moderazione e sulla qualità, con bottiglie di minori dimensioni (0.375 litri) oppure calici più piccoli, “l’ombra de vin” alla veneta per intenderci o la sip size, dalla parola inglese “sip”, sorso, per agevolare il consumo responsabile nei ristoranti, bar ed enoteche. Un’altra possibilità sono i vini dealcolati , la cui produzione è da poco stata regolamentata anche in Italia aprendo la strada alla sperimentazione di queste bevande, e i drink low alcol, cocktail a base di vino e non solo, che hanno un basso o bassissimo tenore alcolico. Un’ultima strada che riguarda soprattutto le cantine e sempre di più anche i ristoranti, è quella di puntare sull’hospitality, prevedendo la presenza di camere affiancate al ristornate o alla sala degustazione, affinché le persone possano evitare di mettersi alla guida dopo la cena o il pranzo e godere così anche delle bellezze del luogo. Una soluzione che, come dicono da sempre anche le artigiane dell’uva quando andiamo a trovarle, fa bene non solo a loro o a noi, ma al territorio intero.